Archivio - Pagina 3

Natale 2010

Auguri vecchi amici Buone Feste, vi ho sempre amato molto e non lo dissi vorrei vedere un mondo senza ladri politicanti preti e pregiudizi

Pierangelo Bertoli – 1984

La dimensione umana

Un’amica pensa che la scuola sia un luogo dove non si sa insegnare, nel quale si ha paura dell’autonomia di pensiero e in cui regna il disinteresse verso lo sviluppo del potenziale intellettuale, oltre che della dimensione umana della persona.
Non sono riuscito a darle torto.
In particolare mi ha colpito il punto del disinteresse verso la dimensione umana, che credo sia un elemento chiave per comprendere tanti fallimenti scolastici.
Poco prima di questo scambio di idee, a scuola mi era capitato di discutere con un ragazzo. Ebbene, ripensando a questo “elemento umano”, credo di essermi comportato bene. Sostanzialmente c’era un “problema da risolvere” e probabilmente il modo più semplice per risolverlo sarebbe stato attribuire per intero la responsabilità allo studente. Direi addirittura che lui stesso se lo aspettava, in fin dei conti è così che si regolano molti “problemi”, a scuola. L’insegnante, per default, ha ragione. Punto (salvo poi maledizioni in privato, ovviamente..). In questo caso invece abbiamo ragionato e trovato una soluzione soddisfacente per entrambi. Tra l’altro il problema secondo me non era neanche del tutto colpa sua, glielo ho anche detto e penso di aver fatto bene. Non mi sento affatto “sminuito”, anzi! Sono contento di aver dato vita ad un colloquio sostanzialmente “alla pari”.
Certo, è un episodio isolato e forse anche casuale, mi rendo conto anch’io che forse per mancanza di tempo e anche a volte …di energie, trattiamo spesso i ragazzi in modo superficiale e sostanzialmente autoritario.

Del resto, la scuola è fortemente orientata agli standard (temo che difficilmente si potrà cambiare questa impostazione, credo, neanche nel medio termine…) e gli standard inevitabilmente tendono alla massificazione e alla mortificazione dell’individuo che, per mille motivi diversi, non ci si ritrova o non si adegua.

La “distribuzione normale” (secondo una curva a campana) delle valutazioni scolastiche è talmente radicata da essere divenuta una sorta di profezia autoavverante.
Purtroppo però per alcuni ragazzi il cattivo giudizio della scuola diventa un fallimento personale, un giudizio di valore negativo dato alla persona e non limitato al contesto scolastico.
Ecco, questo bisognerebbe proprio evitarlo!

Sarebbe meglio ricordare che la scuola è soltanto una parte della vita dei nostri ragazzi (studenti e.. figli!). E’ certamente una parte importante ma non è tutto. E il rendimento e l’atteggiamento scolastico non forniscono una rappresentazione fedele della personalità dell’allievo.

Quante volte quell’allievo immaturo, svogliato e "senza palle” in un’aula scolastica, è  invece un tenace atleta in un campo sportivo o un brillante e serio musicista su di un palco?

Il link è riferito ad una recente nota di Mario Agati che ha riproposto lo stesso tema e ha dato vita ad una discussione anche aspra. Caro Mario, capisco perfettamente e condivido la tua posizione, ma quanto mi ha colpito il commento di Maria Francesca!!!

“Si limiti a giudicare le mie prestazioni scolastiche, ad essere professore a scuola e non con le nostre vite”

Scuola: l’innovazione impossibile

Si è nuovamente acceso il dibattito sulle tecnologie nella scuola.

Partendo da riflessioni sulle LIM, un post di Rivoltella, una nota in Facebook di Rabbone, prontamente ripresi da Marconato, e ..la discussione può partire!

In questa discussione leggo stamane un commento di Eleonora:

molti degli insegnanti che non usano le tecnologie non lo fanno perché è faticoso

e mi accorgo di non essere d’accordo!

Certo, io stesso mi sono "scagliato" contro quello che chiamo ironicamente "snobismo anti-tecnologico" di alcuni colleghi. E’ vero, molti di essi, come ho detto in un recente post, possono permettersi di ignorare la tecnologia, "privilegio" che ad altre categorie di lavoratori è precluso.
Ma perché accade questo? Forse gli insegnanti sono più pigri degli altri, o ancora più "fannulloni" di quanto un’ormai triste vulgata vuol far credere?
Non credo proprio!
Il punto (ottimamente evidenziato nella nota di Alessandro Rabbone) è che il setting organizzativo della scuola è strutturato in modo tale da respingere piuttosto che accogliere l’innovazione (di qualunque tipo, non solo tecnologica!!).
La cultura organizzativa del sistema scuola, che si traduce poi in quelle micro-azioni di qui parla Alessandro, NON consente "distrazioni".
Quella ventina di annoiati di cui parla Eleonora (anche se oggi sono più spesso una trentina…) sono lì per essere "trattati" (qualcuno direbbe.. stirati..) secondo un immutato processo che prevede riti e liturgie sostanzialmente e intrinsecamente anti-innovative.
Pertanto, le tecnologie nella scuola probabilmente non hanno mai inciso perché 1) non si innestano bene nel sistema esistente e 2) non hanno la forza (o la possibilità) di cambiarlo!

Almeno …per il momento…  Sorriso

Open Education: sogno e realtà

Qualche mese fa scrivevo a proposito dell’iniziativa del Washington State Board for Community & Technical Colleges, il quale offriva un posto per OPEN EDUCATION PROJECT MANAGER.

La mia riflessione era su due piani: da un lato la meraviglia di vedere un’istituzione pubblica investire nell’Open Education!

Ma si vede che negli USA tutto sommato il "pubblico" sa fare il suo mestiere. Perché, insomma, non sarebbe un dovere delle istituzioni educative pubbliche aderire (senza tanti se e ma..) all’opzione Open? Io credo di sì!

Il secondo motivo di stupore era relativo alla procedura di selezione e ai requisiti richiesti ai candidati. Tutto lineare, logico e trasparente, lontano anni-luce dai nostri bizantini concorsi e dalle loro spesso bizzarre regole di valutazione.

La meraviglia si è completata recentemente con la notizia che (chissà, forse anche grazie a questa "innovativa" procedura?) il posto è stato assegnato ad una persona che secondo me realmente merita quell’incarico, un autentico esperto del campo.

Un collega che conosco personalmente Sorriso! Sono certo che il mio amico Tom saprà svolgere il suo compito in modo davvero eccellente!

Good luck Tom with this new job, I wish you lots of success!!

E sono davvero contento, perché in qualche modo mi sembra di partecipare anch’io a questa iniziativa, sognando magari che presto o tardi possa esserci un’occasione simile per qualcuno, qui in Italia.

E credo anche che un sogno come questo abbia anche maggiore valore, in una giornata come oggi.

Learning object e carrozze a motore

Pare che ultimamente i convegni sulle tecnologie per l’educazione vadano quasi deserti.
Sono diventati autocelebrativi, dice qualcuno, sono ormai solo una vetrina autoreferenziale (ma non lo sono sempre stati?).
Non sarà invece, più semplicemente, che la “base” si é stancata o, meglio, si è evoluta?
Non sarà che gli insegnanti hanno cominciato a capire che l’innovazione costruita su tecnologie sempre “nuove”, su contenuti pre-confezionati sempre più multimediali, su dispositivi sempre più “coinvolgenti” non modifica affatto il loro lavoro e non ha impatto reale sui loro studenti?
Se così fosse, allora non sarebbe una notizia negativa il fatto che essi abbiano cominciato a disertare manifestazioni che via via si sono andate distinguendo spesso solo per l’ampiezza e la colorata varietà dell’area espositiva.
Certo, permangono sacche di criticità (ah… lo snobismo…) accanto alle quali però vedo emergere una nuova consapevolezza.
La consapevolezza che i contenuti non sono poi così interessanti e importanti, soprattutto se sono costituiti da pacchetti chiusi, a pagamento, non modificabili.
La consapevolezza che è più divertente, utile, soddisfacente e formativo provare a costruirli, i contenuti, coinvolgendo gli alunni e provando anche a condividerli.
La consapevolezza che “si può fare”, che non è poi così difficile!
La consapevolezza che i colossali libri di testo patinati e colorati hanno i giorni contati, perché nuove possibilità si stanno aprendo.
Nel mio piccolo, sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’immediato successo della semplice proposta che ho portato quest’anno nella mia scuola, relativa all’uso delle Google Apps Education (iniziativa a costo zero, ci tengo a sottolinearlo…). Dopo poche settimane non posso fare un passo in corridoio senza che qualche collega mi chieda un’informazione o proponga un’idea di come usare questa o quella applicazione!
Lo so, sono applicazioni di base, forse banali,  come la posta elettronica, la creazione e la condivisione di documenti, un calendario personale, la possibilità di creare qualche pagina web per un progetto, una classe, una sede staccata, un gruppo disciplinare, il giornalino di istituto.
Ma danno la possibilità a chi vuole (certo, lo so, c’è anche chi non vuole…) di iniziare ad essere protagonista attivo della tecnologia e della rete, partendo proprio da applicazioni di base.
Ma avevo già notato questa energia seguendo il lavoro delle bravissime insegnanti di un progetto Innovascuola, (“Amelis”), supervisionato da LTE, nel quale non è stato “acquistato” neanche un byte di materiali digitali. Le maestre e i maestri, spesso con i loro bambini, hanno prodotto i contenuti, ben cento “oggetti” aperti, che tra poche settimane saranno disponibili. Non so se qualcuno li riutilizzerà, ma non è così importante. Perché è uno di quei casi in cui è il viaggio che conta, non la meta. O forse altri colleghi li useranno come base, li modificheranno, li stravolgeranno. Sarebbe stupendo, perché (ri)usare non significa rivedere cento volte un’animazione già pronta, ma rimescolare, aggiungere, tagliare, ricreare, strizzando l’occhio a qualche buon vecchio maestro come Dewey e Freinet Sorrisoe seguendo la strada aperta dai grandi progetti OER internazionali e da altri, più piccoli ma non meno visionari e significativi, realizzati in ambito nazionale/europeo, come SLOOP.
E allora mi piace pensare che gli insegnanti, forse anche perché disillusi dalla sequela di  roboanti quanto poco incisive iniziative ministerial-commerciali in tema di innovazione (come dimenticare il digital marketplace e i voucher di DigiScuola?), abbiano oggi soprattutto voglia di lavorare “in proprio”, di essere soggetti attivi, autori iimagendipendenti di contenuti aperti, piuttosto che contrattisti di editori privati o acquirenti nel mercato multimediale.
La rete rende possibile tutto questo e mi chiedo sinceramente perché il denaro pubblico debba essere utilizzato per alimentare realtà private (grandi o piccole poco importa…) invece che essere impiegato per incentivare e supportare progetti di produzione di contenuti aperti all’interno del sistema scolastico stesso, ad esempio retribuendo direttamente (e in modo adeguato!) docenti disponibili alla redazione, alla verifica, alla revisione di contenuti aperti auto-prodotti. Tali progetti sono gli unici che possono realmente esplicitare e rimettere in circolo tutta la conoscenza che è ora spesso nascosta, oltre che privatizzata sotto forma di costosi libri di testo e oggi anche di materiali multimediali.
La rete, alla lunga,  implica apertura, è bene ricordarlo. E l’innovazione (quella vera) passa e passerà attraverso l’apertura, inutile opporsi. I cataloghi di learning object  chiusi e a pagamento, anche se di squisita fattura multimediale e sapiente progettazione didattica, non sono vera innovazione, almeno non più di quanto non lo siano state per l’evoluzione della mobilità umana le prime “carrozze a motore”, veicoli certamente legati molto più al passato che al futuro.

Ma c’è sempre lo snobismo anti-tecnologico

Via vari amici di Facebook leggo la lista (in questi giorni vanno di moda gli “elenchi”, eh.. Sorriso) delle competenze necessarie per un educatore, oggi (ma anche ieri e l’altro ieri..) secondo George Siemens.

Al primo posto troviamo la competenza tecnica. Con questa semplice ma potente motivazione:

An educator needs to know how to use the technology of an era – whether it’s a chalkboard, a personal chalk tablet (I had one of these in Mexico, quite a versatile learning tool), an overhead projector, a computer, a Smart board, an iPad, or any other technology.

seguita da altre considerazioni del tutto ovvie, come:

It’s tough to teach learners how to edit wikipedia without first understanding how to use a web browser.

Osservazioni banali? Non proprio.

Certo, può sembrare superfluo ricordare che anche un insegnante deve essere “figlio (tecnologico) del proprio tempo”. E in effetti la considerazione è da tempo assolutamente superflua praticamente per ogni altra categoria di lavoratore. Quale giovane aspirante segretaria si proporrebbe ad un potenziale datore di lavoro dicendo “ahh mi dispiace, ma io col computer proprio non vado d’accordo” o un più esplicito “computer? No no, non ci capisco niente!”? Quale impiegato rifiuterebbe in modo tenace l’uso della posta elettronica o di un software di amministrazione aziendale, sostenendo di “non avere la testa” per usare il computer?

Ma il nostro George la sa lunga. Evidentemente tutto il mondo è paese e anche oltreoceano forse c’è qualche problema di competenza tecnica tra gli insegnanti…

Ma si sa, il nostro (bel?) Paese è sempre più …paese degli altri!

Eh sì, perché i virgolettati di cui sopra NON sono una mia invenzione letteraria ma vere frasi sentite da queste orecchie non più di un paio di settimane fa, uscite dalla bocca di alcuni colleghi (unisex). I quali, beninteso, sostenevano con un certo orgoglio la loro pervicace ostilità (!) verso il povero computer.

Un vero e proprio snobismo alla rovescia, per cui quasi ci si vanta per una incapacità, si è (forse solo apparentemente, spero…) fieri di una mancata competenza.

Un lusso che molte categorie di lavoratori non si sono mai potuti permettere!

Altro che “tre mesi di ferie”! Il vero privilegio della casta docente è (anche) questo: poter serenamente vivere “fuori dal tempo”.

Credo sia ora di cambiare, ma …come?

 

Master “Metodi e Tecnologie per l’e-learning” 2010-2011

Un importante traguardo per il “nostro” (LTE) Master in e-learning: l’edizione 2010-2011 sarà la DECIMA!

In questo settore, se non è un record assoluto, è comunque sicuramente un risultato di grande rilievo.

Per quest’anno, sono previsti approfondimenti specifici su ambienti 3D, mobile learning, LIM ed e-book.

Tutte le info sul sito www.netform.unifi.it.

Comunicato online.

imageDepliant.

Depliant 2010

Il waterfront e i cinesi

Questo articoletto apparso oggi nell’edizione online del Secolo XIX è davvero surreale.

Si narra delle vicende di un presidente di un ente pubblico, l’Autorità Portuale della Spezia, il quale si reca in Cina a presentare un’opera pubblica, il nuovo waterfront  della Spezia (a proposito, non dico in Cina, ma almeno qui tra noi non si potrebbe chiamarlo "fronte mare"?) che non solo non esiste e con ogni probabilità non esisterà ancora per molti, molti anni ma che è ancora oggetto di animate discussioni sulla fattibilità e sul "senso" complessivo dell’iniziativa.

Eppure l’ineffabile presidente (ovviamente il solito politico di lunghissimo corso, probabilmente ricompensato di mancate rielezioni con questa presidenza, tra l’altro superbamente remunerata…) afferma che

Abbiamo presentato ai cinesi anche il nuovo fronte a mare della Spezia con tutte le novità e le opportunità che garantirà alla città.

Per fortuna, questa ennesima vendita di fumo è stata subita da una percentuale infinitesima della incolpevole popolazione cinese. Infatti:

Ad assistere c’erano più di 100 tra operatori e imprenditori cinesi..

Cento? Beh, significa che gli altri 1,3 miliardi di cinesi non l’hanno saputo.

Meglio, molto meglio (per loro) 🙂

A proposito, "cara" delegazione, siete andati fino in Cina per parlare solo con cento persone? Mah… Bel viaggetto, però 😉 Ma non fate caso a questa noticina, è tutta invidia, naturalmente…

I peperoni con il PRM

Cliente: "A quanto li fa ‘sti peperoni?"

Verduraio: "Eh, caro signore, questi sono peperoni speciali, bellissimi, e costano meno dei peperoni normali, solo 30 centesimi al chilo!"

Cliente: "Davvero? Beh, allora me ne dia 6, 2 per colore, grazie! Ma che bei peperoni! Ora vado a casa e li faccio ripieni.."

Verduraio: "Ripieni? Eh no, mi dispiace ma non è possibile."

Cliente: "Come ha detto, scusi?"

Verduraio: "Le ho detto che questi peperoni lei non può farli ripieni!"

Cliente: "E perché mai?"

Verduraio: "Perchè questi peperoni (sono belli eh? e costano anche poco, eh?) hanno il PRM!"

Cliente: "Hanno il cosa??"

Verduraio: "Il PRM – Pepper Right Management. Significa che lei può cucinarli solo in alcuni modi: abbrustoliti, in peperonata, caponatina e altre ricette che escludano l’uso del forno. Può utilizzare solo padelle e casseruole, ma non il forno."

Cliente: "Sta scherzando???"

Verduraio: "No no, guardi a me non importerebbe poi neanche tanto, ma è il produttore che impone queste limitazioni… Vede: c’è questa etichetta col microchip sopra, se lei li mette in forno, questa comincia a buttare fuori sale."

Cliente: "Sale?"

Verduraio: "Sì, moltissimo sale. I peperoni diventano immangiabili, se lei ignora il divieto e li cucina al forno.."

Cliente: "Accidenti, e allora come si fa? Posso mangiarli soltanto come vuole il produttore?"

Verduraio: "Eh, purtroppo sì… Non c’è niente da fare"

Passante: "Permette? Ho ascoltato la conversazione e.. sa.. glielo dico in confidenza.. (non facciamoci sentire dal verduraio) ma.. un modo ci sarebbe…"

Cliente: "Davvero? Dica, dica.."

Passante: "Guardi, lei può cucinare i peperoni come vuole, basta che riesca a staccare l’etichetta senza rovinarli…"

Cliente: "Ahh! Si può fare? Ed è difficile?"

Passante: "Beh, guardi.. Non dovrei dirglielo perché tra l’altro è un reato grave.. Se la scoprono mentre manomette i peperoni passa i suoi guai.. (e io pure..), però, insomma.. ecco legga qui.."

Cliente: "Eh? Tutto qui? Inumidire il microchip e staccarlo delicatamente con la mano sinistra, tenendo la mano destra legata dietro la schiena e gli occhi bendati? Beh.. certo, è un po’ scomodo.. ci vuole manualità.. Però non sembra difficile!"

Passante: "Mah.. non lo so.. Provi.. In ogni caso, io non le ho detto niente!"

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"Cara, una sorpresa! Ho cucinato io stasera: peperoni ripieni!! Sono squisiti! Certo, non sai cosa ho dovuto fare per metterli al forno… Eh.. però non facciamoci sentire dai vicini…" 🙂

————————-

Urca… che incubo!!

Meno male che ortaggi del genere non esistono!!!

Ah, esistono? Come? Non sono peperoni ma libri? Libri elettronici? E-book? E molti hanno il DRM?

Beh, tanto a me …i peperoni non piacciono!!

A La Spezia si parla di e-book

50353_161073790572265_5101_n E’ iniziata ieri la seconda edizione di Libriamoci, la manifestazione organizzata dal Comune della Spezia e dedicata ai libri. Eventi di diverso tipo, nei luoghi chiave della città, fino al 9 ottobre (programma completo).

Martedì 5 ottobre, alle ore 16, al Centro Allende ci sarò anch’io :-)! Avrò il piacere di coordinare una tavola rotonda con Gino Roncaglia, professore dell’Università della Tuscia e autore di un importante libro dedicato al mondo degli e-book: "La quarta rivoluzione", e Giovanni Peresson, responsabile dell’Ufficio Studi dell’Associazione Italiana Editori.

Il titolo dell’evento è particolarmente evocativo: "Dalla carta allo schermo (e ritorno?)".

Si parlerà del libro oggi, della sua forma e della sua ragion d’essere nel mondo digitale.

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In ogni caso, anche se il tema non fosse particolarmente …appetibile, gli assaggini di prodotti locali dovrebbero comunque invogliare la partecipazione!! 🙂




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