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Tradurre la Khan Academy

La Khan Academy è uno straordinario progetto di OER, originato non da qualche prestigiosa università ma da un singolo individuo, Salman Khan, un ingegnere americano di origini bengalesi, il quale nel 2006 ha iniziato a produrre video didattici, realizzati con una tecnica che più semplice non si può. I video di Khan sono tutti disponibili su YouTube, di cui rispettano i limiti di durata tipici (max 10/15 minuti); ognuno ha un preciso e limitato obiettivo didattico e consiste in una minilezione con la voce del docente il quale utilizza una “lavagna” costituita da uno sfondo nero su cui disegnare tramite una tavoletta grafica. Niente Powerpoint nè Flash, solo il vecchio buon Paint!

A distanza di cinque anni, la Khan Academy è oggi una fondazione che sta ricevendo attenzioni da parte di colossi come Google e personaggi come Bill Gates (pare che i figli utilizzino i filmati di Khan come risorsa per i compiti a casa..). Ad oggi l’Academy offre più di 2000 video didattici, soprattutto di matematica ma anche di fisica, chimica, scienze, economia e altre materie, oltre ad un crescente numero di esercizi interattivi. Tutti costruiti da un team che si è allargato ..ma non troppo: sono infatti in otto!

Si tratta di una biblioteca di risorse decisamente interessanti, soprattutto nell’ottica dello studio individuale o del recupero.

La nuova frontiera per Salman e soci è però la traduzione in diverse lingue: dapprima attraverso un appello a contribuire e ultimamente con una modalità molto più social, ovvero l’integrazione con Universal Subtitles, un servizio di sottotitolatura che oltrepassa i limiti di DotSub e agisce direttamente come un addon dei principali siti di condivisione video (YouTube, Vimeo, blip.tv e altri).

In pratica ogni singolo filmato della Khan Academy può essere oggi sottotitolato in qualsiasi lingua, a cura di chiunque. Visualizzando il filmato dal sito dell’Academy o direttamente da YouTube è infatti presente, in basso a sinistra,  il pulsante di Universal Subtitles che consente di aggiungere una nuova traduzione o modificare una già esistente.

Chissà se qualche insegnante di matematica (visto che è la materia principale dell’Academy, nonché il cruccio di moltissimi studenti.. Sorriso) avrà voglia e tempo di sottotitolare qualche lezione… Certo, potrebbe farlo chiunque, ma una traduzione efficace necessita ovviamente di competenze disciplinari, oltre che linguistiche.

BookRepublic ti ama

imageOrmai siamo talmente abituati a ricevere un cattivo servizio da chiunque che quando, al contrario, qualcuno ci tratta bene, fa notizia.

Però il servizio clienti di BookRepublic (una libreria online specializzata in ebook) è un caso davvero speciale che merita un post.

Ecco i fatti: questa sera leggo in Facebook che è appena uscito il nuovo libro di Dario Tonani, Chatarra (non conoscete Tonani? Male! Però potete rimediare facilmente  Sorriso).image

Con la voracità tipica del lettore compulsivo clicco freneticamente sul link presente sulla pagina del libro che rimanda a BookRepublic e, senza accorgermi che in realtà sono finito sulla pagina di Robredo (il libro precedente che ovviamente ho già), concludo l’acquisto e… mi ritrovo quindi con DUE Robredo Triste. Nota importante: questi strampalati avvenimenti accadono alle ore 21.55.

A parte la delusione di non poter iniziare subito a leggere il nuovo episodio della saga.. decido di scrivere subito al servizio clienti di BookRepublic (ore 22.01). Non tanto per la spesa (€2,99..) ma più che altro per il senso di inutilità di avere un doppione!

Con grande meraviglia già alle 22.18 ricevo la risposta di Matteo di BookRepublic che mi assicura che ha richiesto lo storno e alle 22.30 la conferma con tanto di specifica dello storno stesso! Meno di mezz’ora (alle dieci di sera!) e tutto è stato risolto.

Beh, prima di tutto: grazie!

Mi sento davvero obbligato a dare pubblicità a quanto avvenuto, sia per la grande correttezza commerciale dimostrata dai ragazzi di BookRepublic (tra l’altro io non avevo neanche chiesto lo storno ma semplicemente un buono per successivi acquisti, visto che ordino frequentemente ebook e poi, aspetto Chatarra Sorriso) e, naturalmente, anche e per l’incredibile rapidità nella risposta e nella soluzione del problema.

Continuate così, ragazzi! C’è bisogno più che mai di persone serie e capaci, in questo Paese!!

BookRepublic rulez!

Il Paese più ignorante d’Europa

Sto ultimando con una delle mie classi la relazione conclusiva per un progetto di statistica. Abbiamo realizzato un questionario destinato agli ex-diplomati e stiamo confrontando i dati rilevati con alcuni indicatori nazionali e locali. Parteciperemo anche ad un concorso.. speriamo bene Sorriso

imageDurante questo lavoro di ricerca ci siamo imbattuti in un ottimo servizio offerto dall’ISTAT: Noi Italia “100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo”.

Un bellissimo sito dinamico che consente di confrontare i principali valori statistici nazionali relativi a diversi ambiti come territorio, ambiente, istruzione, lavoro, economia e altro ancora, con i corrispondenti indicatori degli altri 27 Paesi dell’Unione Europea. All’interno di ogni sezione, sono anche disponibili le serie storiche e il dettaglio regionale, in formato XLS. Veramente una miniera di informazioni preziosissime!

Ebbene, una cosa almeno l’ho capita: l’Italia è di gran lunga il paese più “ignorante” d’Europa!

Ecco perché: la sezione Istruzione di Noi Italia comprende nove statistiche, tra cui “25-64enni con livello di istruzione non elevato”, “30-34enni con istruzione universitaria”, “Giovani che non lavorano e non studiano – NEET (Not in Education, Employment or Training)”  e “Giovani che abbandonano prematuramente gli studi”.

La lettura combinata di questi quattro indicatori secondo me fornisce una misura precisa dell’arretratezza culturale del nostro Paese. Questi sono infatti i risultati:

Posizione 25-64enni con licenza media 30-34 con istruzione universitaria Giovani che abbandonano Giovani NEET
Ultimo Malta Romania Malta ITALIA
Penultimo Portogallo Rep.Ceca Portogallo Spagna
Terzultimo Spagna Slovacchia Spagna Ungheria
Quartultimo ITALIA ITALIA ITALIA Grecia

Si può notare come l’Italia sia l’unico Paese UE che in queste graduatorie occupa SEMPRE una delle ultime quattro posizioni. Naturalmente va detto che i grandi Paesi, quelli veramente ..grandi, quelli con i quali, in teoria, dovremmo confrontarci (i soliti: Francia, Germania, Gran Bretagna) sono sempre tutti molto lontani dal fondo classifica, anche se spesso non occupano le prime posizioni, appannaggio come è noto dei Paesi nordici o dei piccoli, come l’Olanda.

Mi domando: i politici, non certo quelli dell’attuale maggioranza perché è sotto gli occhi di tutti il fatto che considerino l’istruzione esclusivamente come un COSTO DA ABBATTERE, ma almeno quelli che si vogliono proporre come alternativa all’attuale sfacelo, questi dati li conoscono?

Se no, meglio che si informino.. Se sì, sarebbero così gentili da dirci quali misure avrebbero in mente per invertire questa disastrosa situazione?

Io dico già da ora che NON VOTERO’ per alcuno schieramento politico che non dirà in modo CHIARO di essere consapevole di questi fatti e di voler provvedere, oltre che naturalmente spiegare …come!

Il Tasso e il Maestro Intagliatore

Leggo un’intervista a Paola Mastrocola su I docenti scapigliati e non posso fare a meno di notare alcune contraddizioni all’interno di un ragionamento che, non lo nego, a prima vista può anche avere un certo appeal.

La soluzione proposta da Paola (non ci conosciamo, so anche che lei è “all’antica” Occhiolino, ma siamo tra colleghi.. mi permetto di chiamarla per nomeSorriso) sembrerebbe sensata, secondo il buon vecchio senso comune popolare.

Dice Paola: serve una seria scuola dell’obbligo (“fatta come si deve”) alla fine della quale ognuno si prende le proprie responsabilità e in tutta libertà sceglie se continuare a studiare, ma duramente, “come si faceva una volta”, ovvero sgobbando sui libri, niente discorsi strani, no tecnologie, nessun “problem solving” e altre modernità, giù di brutto con latino, greco, letteratura e poco altro, che non serve…). Se questa prospettiva non piace, come alternativa, il giovane (per meglio dire l’adolescente, immagino che questa scuolona dell’obbligo durerà fino a massimo ai 16 anni, suppongo..) avrà libertà di smettere di frequentare la scuola e andare magari a …“intagliare il legno”!

Mi chiedo come si possa non vedere in questa impostazione francamente naif un ritorno al modello scolastico presente in Italia prima dell’istituzione della Scuola Media Unica (primi anni ‘60), quando vigeva la differenziazione tra “avviamento professionale” (“ho fatto l’avviamento”, puoi ancora sentir dire da qualche anziano..) e scuola media per la preparazione ai licei.

Non solo, mi sembra di ravvisare chiaramente la riproposizione della “classica” separazione netta tra professioni intellettuali e lavori manuali. In pratica, un ritorno al medioevo.

Sinceramente, io proporrei al contrario di inserire laboratori di attività manuali in tutti i licei! Ma è un’altra storia…

Mastrocola inserisce nel suo discorso anche un altro stereotipo (veramente lei lo chiama “pensiero divergente”, però certo, lei ha un PhD.. quindi… ooops.. ma anch’io ce l’ho! Ho appena ricevuto la pergamena! Ohibò, come è stato possibile, pensare che il Tasso non lo conosco mica tanto bene … Mah, ci sarà stato qualche errore Occhiolino) ovvero le “inclinazioni”.

“Siamo naturalmente inclinati per qualcosa”, sostiene Paola.

Caspita, che scoperta scientifica! E da cosa deriverebbero queste “inclinazioni”? E come fare per esplicitarle? Forse l’astrologia potrebbe aiutare ("i nati nel segno del Toro sono particolarmente adatti a svolgere determinate professioni, quali per esempio: designer, insegnante, cuoco, artista, visagista e attore”, citazione autentica, cercatela sul web, se vi interessa..) o chissà, forse la genetica potrebbe fornire la risposta (un bel test del DNA alla fine della scuola dell’obbligo potrebbe far emergere il fabbro che c’è in ognuno di noi, e farci risparmiare qualche annetto di noiose lezioni di letteratura! Sorriso)

Ma si rende conto Mastrocola, che questa apparente “libertà” si tramuterebbe istantaneamente in una separazione in “caste scolastiche” (peraltro già parzialmente esistenti) che toglierebbero definitivamente alla scuola quella seppur tenue ma pure ancora presente funzione di ascensore sociale che ne costituisce una (se non la maggiore) ragion d’essere?

Quanti ragazzi sarebbero in grado a quattordici (ma anche  a sedici) anni di decidere “liberamente” se continuare studiare o mettersi a intagliare il legno?

E quanti “figli di…” senza tanta voglia di studiare pensa, la professoressa, che scoprirebbero “liberamente” di “essere inclinati” come piastrellisti?

Si dirà: ma insomma bisogna pure che qualcuno lo faccia l’intagliatore, il fabbro o il piastrellista!!! Ebbene sì, qualcuno lo farà, ma NON PUO’ e NON DEVE deciderlo a quattordici anni!!!

Inoltre, dove sta scritto che chi fa lavori manuali non deve avere un’istruzione superiore? Forse perché “non gli serve”? Ed ecco qui l’altro paradosso del discorso della Mastrocola! Lei stessa afferma che non è possibile valutare a priori l’utilità dello studio umanistico (e cita il padre ragioniere ma appassionato della Divina Commedia). Benissimo, peccato però che lei proprio non voglia tra i piedi il futuro intagliatore!

Certo, è più che comprensibile che la professoressa ambisca ad insegnare soltanto a ragazzi interessati e studiosi. Bella forza! Lo so bene anch’io, per averlo sperimentato diverse volte, che interagire con uno studente “bravo” è una soddisfazione professionale impagabile. Ma non sarà il caso di riflettere sul fatto che, probabilmente, quegli studenti così bravi potrebbero forse fare a meno dell’insegnante?

E che al contrario sono proprio tutti gli altri, i potenziali “intagliatori”, che hanno invece bisogno di essere seguiti e non abbandonati all’apparente “libertà di non studiare”?

Le contraddizioni non finiscono qui: ad esempio Paola non spiega come dovrebbe funzionare questa scuola dell’obbligo "fatta bene”. Perché, quella attuale, è “fatta male”? Se questa di oggi è piena di ragazzi svogliati che “non studiano”, come potrà quella da lei ipotizzata dare questa “solida preparazione di base”?

So che non mi legge, tuttavia nella remota ipotesi, le consiglio vivamente di procurarsi un libriccino introvabile, se non forse attraverso qualche biblioteca universitaria: Nostalgia del Maestro Artigiano di Antonio Santoni Rugiu.

Magari scoprirà che la nostra cultura si è formata non solo grazie al Tasso (a lei tanto caro..) ma anche per l’opera di tanti…Maestri intagliatori!

Neonati digitali

imageStando al titolo del post (80% of Children Under Age 5 Use the Internet) e alla divertente foto proposta da Mashable, sembrerebbe proprio che i nostri bambini comincino già dalla culla ad usare i media digitali!

Tuttavia, il post commenta in realtà uno dei migliori report sulle abitudini e i comportamenti relativi all’uso dei media che io abbia visto negli ultimi tempi.

Il rapporto di ricerca proposto dalle organizzazioni Joan Ganz Cooney Center e Sesame Workshop presenta un quadro molto equilibrato e neutrale sulla condizione immersiva dei bambini e dei ragazzi nelle tecnologie.

Evitando di emettere giudizi e di tentare generalizzazioni (ho controllato, il famigerato termine “nativo” è totalmente assente Occhiolino), la ricerca evidenzia i seguenti elementi chiave, da considerare comunque sempre rispetto al contesto socio-culturale della ricerca, limitata agli Stati Uniti:

  • I bambini hanno accesso oggi ad ogni tipo di media digitale e trascorrono il loro tempo utilizzando questi media in misura molto superiore rispetto al passato;
  • children’s exposure to and consumption of different types of digital media are growing rapidly

  • La televisione continua ad essere molto vista, soprattutto dai bambini più piccoli;
  • television remains a major influence

  • Non tutti bambini hanno accesso alle tecnologie digitali, né tutti utilizzano i media allo stesso modo. La condizione socio-economica delle famiglie continua ad essere  una barriera per l’accesso;
  • digital divides still exist, in both access to and usage of media

  • Il “salto” dall’uso intensivo della televisione agli altri media digitali avviene intorno agli otto anni.
  • media habits change around age 8

  • Le tecnologie mobili (dai videogame ai lettori musicali ai cellulari) sembrano essere molto gradite anche ai più piccoli.
  • mobile device use is on the rise

La ricerca contiene anche una parte propositiva (recommendations) la quale, con molto buon senso, si rivolge soprattutto ai genitori, perché si occupino attivamente della dieta mediale dei figli e facciano in modo che essa sia bilanciata, equilibrata, con attenzione sia alla quantità che alla qualità e perché non perdano l’occasione di restare accanto ai propri bambini durante l’utilizzo dei media, in quella che nel documento viene chiamata joint media engagement, recuperando una proposta del LIFE Center.

Qualche raccomandazione è rivolta anche ai produttori di contenuti, affinché progettino materiali che possano facilitare un approccio inter-generazionale.

We recommend that media producers consider designing content that actively involves parents and children

Un breve accenno al ruolo della scuola ci riporta all’esigenza che l’ambiente scolastico possa mediare tra l’innegabile ambiente esterno media-based ormai tipico della nostra società e le caratteristiche del sistema di istruzione formale.

They are exposed to various types of media in an increasingly technology-reliant society and
are becoming adept at navigating informal learning environments.
What role can technology play in bridging what children are doing at home and the structured learning environment of school?

Certo, questo è anche uno dei punti chiave proposti dal “movimento dei nativi digitali” (spero mi sia consentita questa banalizzazione Sorriso) e viene fatto proprio anche da questo rapporto, nel quale però la questione è posta in termini decisamente più problematici:

But more research is needed into how new technologies can be  integrated into education. We need to understand how regular use of technology affects children’s cognitive and physical development.

Sull’uso delle tecnologie a scuola, ahimé, abbiamo davanti ancora molte domande e poche risposte certe!

La scuola italiana non va oltre il chiodo

When all you own is a hammer, every problem starts looking like a nail.

Questa frase, attribuita allo psicologo Abraham Maslow, rappresenta bene lo sgomento che ho verificato da parte di molti colleghi di fronte alla notizia, circolata nei giorni scorsi e oggi ripresa dal Corriere della Sera, secondo la quale l’Austria abolirà le bocciature nelle scuole superiori (mi sono accorto che la notizia era in realtà di qualche settimana fa, vedi Tuttoscuola…)

Ora, lo strumento della valutazione, lo spettro della bocciatura sono gli unici strumenti, i “martelli maslowiani” a disposizione degli insegnanti, per cui non si vede come altro battere sul “chiodo” rappresentato dalla (sempre più? E’ proprio vero?) scarsa motivazione allo studio dei ragazzi.

E in fondo tutta la vita scolastica ruota intorno a quell’esito finale che impensierisce gli studenti e soprattutto le loro famiglie.

Perché dunque gli austriaci (peraltro seguendo altri paesi, tra cui il Regno Unito) vorrebbero privarsi di tale strumento (apparentemente?) insostituibile?

Curiosamente (sempre secondo il nostro senso comune fondato sul famoso “martello”, unico strumento…) il loro intento, stando alle dichiarazioni del ministro dell’istruzione Schmied, sarebbe quello di migliorare il livello di preparazione degli studenti. Pare infatti che l’Austria non se la sia cavata bene, all’ultimo PISA (31° posto in discesa, Italia 29° in lieve ascesa, ma non siamo lontani Sorriso).

Non intendo entrare nel merito né sulle conseguenze e neanche sulle modalità realizzative.

Ne hanno già parlato altri in rete:  Marco ad esempio dice che un meccanismo del genere potrebbe funzionare soltanto ristruttando contemporaneamente la scuola per livelli piuttosto che per classi di età (non dirò neanche che a me questa soluzione piacerebbe, e anche tanto!). Idea ribadita anche dal Gruppo di Firenze, pur con toni decisamente più critici verso la proposta austriaca.

Mi domando soltanto se non sia quantomeno da ammirare il coraggio di aver compiuto una scelta politica forte, al limite anche sbagliata nel merito (lo si scoprirà presto.. il PISA è sempre lì in agguato…) ma pur sempre un tentativo di cambiare davvero, in modo incisivo, il sistema scolastico.

La signora Schmied dimostra almeno di avere un’idea, un progetto sul futuro della scuola, prova a fornire uno strumento diverso dal “martello” per vedere se si riesce così anche a ristrutturare diversamente il problema, tenta di rompere gli schemi consolidati.

Perché una vera “riforma” dovrebbe includere qualche elemento rivoluzionario.

Ma in Italia non si potrebbe fare niente del genere, stretti come siamo tra il revisionismo della “buona vecchia e severa scuola dei contenuti”, tanto cara a Mastrocola e Israel (i quali hanno però a volte hanno buon gioco a demolire alcuni miti come quello ormai trito dei “nativi digitali” o dell’uso insensato delle tecnologie…) e il gretto punto di vista tremontiano secondo il quale l’educazione è soltanto una voce di costo da tagliare il più possibile.

Le sedicenti riforme, da noi, si fanno soltanto seguendo in minima parte il primo (ed è già tutto dire…) ma soprattutto in aderenza al secondo punto di vista: tagliare, ridurre, risparmiare!!

E, naturalmente, senza mai dimenticare la nostrana tradizione gattopardesca del “cambiare tutto per non cambiare nulla”.

Sempre e solo martello, per noi.

Ahiahiahi signor Watson, mi è caduto su Toronto!

Per noi bambini degli anni ‘60 e ‘70 il Rischiatutto era una trasmissione mitica.

Mike Bongiorno e le sue famose gaffe (che a volte noi non capivamo, ma gli adulti si divertivano tanto…), i concorrenti dalla memoria prodigiosa, già divi (uno di essi, Massimo Inardi, lo ricordo ancora!) ma con il viso e il fisico anonimo del nostro vicino di casa, la “valletta” vestitissima, l’implacabile signor NO, la sigla realizzata con la bella grafica “povera” che caratterizzava quell’epoca. Che nostalgia…

Ricordo benissimo anche il gioco da tavolo, con il tabellone, il cicalino e ..gli occhiali di Mike!!

In anni successivi ricordo anche di avere vagamente saputo che fosse la versione italiana di un telequiz americano.

Non sapevo però che l’originale americano, Jeopardy, andasse in onda ancora oggi!!

Tutto questo è divenuto di attualità dopo che, la scorsa settimana, Jeopardy ha avuto per la prima volta un concorrente non umano. Watson, un sistema di intelligenza artificiale prodotto da IBM ha infatti partecipato a due puntate speciali della trasmissione, scontrandosi con i due super-campioni americani e …vincendo!

La partecipazione di Watson è stata del tutto identica agli altri: le domande sono poste in linguaggio naturale ed è stato necessario dotare l’AI anche di un dispositivo robotico per consentirgli di …premere il pulsante Sorriso.

La IBM non è nuova a certi exploit, tutti ricordiamo Deep Blue, il primo supercomputer in grado di battere un campione del mondo di scacchi.

E Watson è probabilmente un notevole passo avanti della ricerca sull’intelligenza artificiale in uno dei settori più difficili come il riconoscimento del linguaggio naturale e, ovviamente, IBM intravede ovviamente già applicazioni commerciali anche se non rinuncia ad una certa enfasi retorica: il motto è infatti “Humans win”, a sottolineare come questa sia da un lato un risultato dell’ingegno umano e contemporaneamente una promessa per un ulteriore livello nell’uso dei computer in aiuto all’umanità.

L’approccio tuttavia sembra ancora quello della “forza bruta”: pare che  Watson giri su un mega-super-cluster di 90 server, con complessivi 32Terabyte di RAM (sì, tutta RAM, l’hard disk avrebbe avuto tempi di accesso troppo lenti, a Jeopardy-Rischiatutto bisogna anche essere veloci a premere il pulsante, do you remember?).

E’ però davvero curiosa la storia di una delle pochissime risposte sbagliate date da Watson in trasmissione. Nella categoria “città degli USA”, è stato chiesto “Qual è la città il cui aeroporto principale è intitolato ad un eroe della 2^ Guerra Mondiale e il secondo più grande ad una battaglia sempre della 2^ Guerra Mondiale?”

Il povero Watson ha risposto “Toronto”! E subito gli scienziati IBM si sono affannati a spiegare il motivo di questo grossolano errore che rende evidente come il muscolosissimo supercomputer, nonostante i suoi TB di memoria e il suo velocissimo pulsante elettronico conservi ancora sostanzialmente una candida e tenera incapacità cognitiva.

Infatti è probabile che anche un bambino delle elementari negli Stati Uniti sappia che Toronto è in Canada!

E-book per un figlio

Ho letto il bel libro di Mauro Sandrini Elogio degli e-book. Mi aspettavo l’ennesimo saggio su cosa è, cosa non è, cosa forse sarà il libro del presente e del futuro. Certo, questi temi sono anche presenti. Quello che però mi ha gradevolmente colpito è lo stile narrativo del libro, quasi un viaggio autobiografico dell’autore nel mondo dei libri, arricchito da incontri con una galleria di personaggi a vario titolo interessati alla tematica.

Mi sono riconosciuto nella figura dell’annusatore di libri nelle case degli amici, ma anche nell’annusato quando qualcuno viene a curiosare nella mia libreria.

Sono anche un un fresco, entusiasta, possessore di Kindle ma leggendo Sandrini e guardando le pareti di casa mia foderate di libri mi si è stretto il cuore.

Sì, perché non ci avevo pensato!

Non avevo riflettuto sul fatto che il libro cartaceo è un oggetto pubblico e aperto laddove il libro elettronico è invece privato, chiuso. Che ne sapete, cari amici, di quali libri ho sul mio Kindle? Per non parlare dei grotteschi sistemi di DRM che ancora ci perseguitano!

Con una certa angoscia mi chiedo dunque come faranno i nostri figli a farsi prestare quel libro che noi abbiamo potuto vedere casualmente ad una cena dai vicini, o a scoprire nuovi libri, addirittura a sapere che un libro esiste, se non avranno la possibilità di curiosare nelle librerie dei loro amici o di passeggiare tra gli scaffali di qualche libreria ben fornita.

Certo, i DRM prima o poi spariranno o  diventeranno qualcosa di ragionevole. Ci sono già social network (ad es. Anobii, Goodreads) e probabilmente nuovi ne nasceranno, magari più efficaci e specializzati, forse anche per salvare gli ebook dall’attuale innaturale segregazione.

Sarà sufficiente? Questo presente/futuro di alone together (rubo lo straordinario titolo del nuovo libro di Sherry Turkle che …è già sul mio Kindle… naturalmente Sorriso) sarà (è) altrettanto efficace?

E bravo Mauro, che pensa alla romantica figura della librante, rigorosamente donna, dolce e competente vestale della conoscenza, abile consigliera del futuro aspirante lettore! Ma ..sarà sufficiente? Sarà sostenibile? Esisterà veramente?

Se distolgo lo sguardo dallo schermo del PC, qui in casa, vedo quasi solo libri, e ne sono contento.

Ho potuto far crescere mio figlio in un ambiente letteralmente circondato da libri. Non so se ne avrà approfittato. Forse è anche presto per capirlo.

Temo però che suo figlio, forse, non avrà la stessa opportunità.

OER tra Creative Commons e SCORM. Magari anche da noi…

La notizia che il Dipartimento del Lavoro USA ha intenzione di stanziare due miliardi di dollari (circa 1,5 miliardi di euro; lo scrivo in cifre, così ci rendiamo conto meglio: $2.000.000.000) per lo sviluppo di contenuti digitali aperti per l’apprendimento è stata ripresa in questi giorni dai più popolari edu-blogger.

Nel dibattito online sono stati evidenziati soprattutto due aspetti peculiari di questa iniziativa, entrambi relativi a requisiti obbligatori che dovranno avere le risorse prodotte nell’ambito dei progetti finanziati da questo colossale grant.

Il primo, sul quale sembra esserci un generale apprezzamento, è la licenza: i contenuti dovranno imageessere tutti rilasciati con licenza Creative Commons – Attribuzione (CC-BY). Dunque, via tutti i paletti che limitano in vario modo il riutilizzo: sarà possibile prima di tutto modificare e riadattare i materiali (ad esempio tradurli, pratica impedita dalla clausola ND che campeggia in talune altre iniziative, anche nostrane); riusare questi materiali anche a scopo commerciale (di solito questo non è possibile, per via della clausola NC); e non sarà obbligatorio perpetuare lo stesso tipo di licenza con eventuali prodotti derivati (come imposto dalla diffusa clausola SA). Sarà sufficiente conservare l’attribuzione, ovvero citare l’autore originale.  Sono certo che il mio amico David Wiley (con molti altri..) è entusiasta di questa decisione (anche perché l’ha scritto lui stesso.. Occhiolino).

Il secondo aspetto riguarda il formato: le autorità USA hanno stabilito che tutti i contenuti prodotti grazie al finanziamento dovranno essere distribuiti esclusivamente in formato SCORM.

Le reazioni negative si sono concentrate in particolare su questo secondo punto. A molti è sembrato un passo indietro. Pare davvero strano che si voglia riesumare in qualche modo SCORM, uno standard (animagezi una “specifica”) molto diffuso (e altrettanto criticato) da anni, ma irrimediabilmente legato al “vecchio” e-learning, quello basato sul paradigma single-learner, self-paced e fortemente ancorato ai sistemi LMS, le famigerate piattaforme e-learning oggi sempre più messe in discussione dall’emergere delle nuove (ormai neanche più tanto..) modalità di interazione offerte dalla rete (PLE, dispositivi mobili, social software, ecc.).

Chi volesse saperne di più sulla discussione in corso può seguire due/tre link “chiave”: i contributi di Downes, Rob Abel, Michael Feldstein.

Sicuramente questo aspetto lascia molto perplesso anche me. Tuttavia, la mia riflessione principale è però un’altra, ancora una volta ispirata dal sempre più impossibile confronto con la ben più amara realtà, basata su tagli e mancati investimenti.

Sinteticamente: cari americani, beati voi! Visto che potete permettervi di stare a discutere se un formato è meglio di un altro. Qui, siamo costretti a parlare di ben altro…

Apriamo le porte!

“Come è andata oggi a scuola?” “Bene!”

“Cosa avete fatto?” “Mah.. niente!”

Se riconoscete questo dialogo avete probabilmente almeno un figlio adolescente.

Siamo infatti nello stereotipo consolidato dei rapporti scuola-famiglia, tra reticenze dei figli ed estenuanti maratone di oceanici “colloqui pomeridiani” oppure incursioni semi-clandestine (a seconda della possibilità di avere o meno permessi al lavoro…) durante le ore di ricevimento dei professori al mattino.

Colloqui che consistono in brevi scambi di battute che si risolvono spesso in comunicazioni “numeriche” (“nell’ultimo compito ha preso X”, “l’ho interrogato proprio ieri e ha preso Y, non glielo ha detto?”).

Certo, alle famiglie di solito tutto questo basta e avanza. Rimane però almeno un pochino la curiosità di sapere “cosa hanno fatto oggi a scuola"…

Ed è più di una curiosità.

Non sono infatti soltanto le famiglie ad essere interessate a cosa si fa a scuola e più specificamente a conoscere se e cosa i ragazzi imparino e se i loro docenti e la scuola nel complesso siano adeguati al compito di insegnare.

La società sembra avere un certo interesse nella valutazione del sistema scolastico. Un interesse oggi crescente, stando all’incessante bombardamento di statistiche sull’argomento. Sigle come INVALSI e PISA  sono ormai conosciute a tutti…

In un recente articolo, Giorgio Israel critica giustamente questo approccio statistico alla valutazione e sostiene che

l’unica cosa sensata e utile non sono queste statistiche, bensì una valutazione capillare dei singoli istituti scolastici e anche dei singoli insegnanti

Il problema, naturalmente, è COME attuare questa valutazione capillare, la quale, ripeto, sembra anche a me un metodo decisamente migliore e più interessante.

Le attuali proposte, basate su test per la scuola in generale e su commissioni di valutazione interne per i singoli docenti, non convincono nessuno (nemmeno Israel, probabilmente neanche chi le ha lanciate!).

E, per carità, lasciamo perdere la soluzione proposta nell’articolo di Israel (peccato, aveva cominciato così bene, è franato alla fine… Sorriso): ispezioni? Fatte da insegnanti in pensione?? Capillarmente in ogni scuola??? Assurdo!!!

Come fare, allora?

Ecco, è qui che si potrebbe riallacciare la domanda iniziale (“cosa avete fatto oggi a scuola?”) con una ipotesi basata, molto semplicemente, sul concetto di apertura.

Mi chiedo: se tutti, famiglie, potenziali alunni, dirigenti, diciamo (con parola “moderna”) tutti gli stakeholder avessero la possibilità di capire un po’ meglio di quanto sia possibile fare oggi (praticamente ..zero!) cosa accade tra quelle quattro mura, dietro quelle porte chiuse, questo non sarebbe implicitamente un sistema di valutazione? O almeno un inizio?

Come si fa, ad “aprire le porte”?

La tecnologia può aiutare molto. Qualche esempio: rendiamo accessibile sul web tutta la documentazione didattica, dai piani di lavoro ai registri personali. Non certo nella forma attuale (a nessuno interessa la burocrazia!), usiamo piuttosto sistemi di condivisione documenti, sperimentiamo il micro-blogging come Twitter per “raccontare” cosa si sta facendo. Incoraggiamo i docenti a realizzare blog personali e di classe, dai quali possa emergere l’attività quotidiana. Usiamo i social network per conoscerci meglio. Raccogliamo in modo organico appunti, dispense, materiali, lavori vari prodotti da insegnanti e studenti. Realizziamo un portfolio del singolo docente, della classe, della scuola. Facciamo video di lezioni, registriamo audio e…. pubblichiamo, pubblichiamo, pubblichiamo!

Facciamo sì che non sia l’occhio di dirigenti, ispettori e “commissioni” varie (spesso deformato da lenti non del tutto trasparenti…) ad accostarsi al buco della serratura delle nostre classi.

Spalanchiamo invece le porte e lasciamo che tutti possano vedere “cosa si fa a scuola”, che ad esempio le famiglie possano “valutare” autonomamente e scegliere sulla base di qualcosa di veramente oggettivo (altroché test…). E alla fine si potrebbe anche trovare qualche metodo premiale, anche se non credo che tutto sommato sia il punto più importante.

L’apertura implica sempre un miglioramento: se devo esporre il mio lavoro, beh, probabilmente mi sento motivato a farlo meglio! Perché l’obiettivo poi qual è, se non migliorare i livelli di apprendimento e la qualità dell’insegnamento?

Alt. Sento già le prime obiezioni: ma non tutti i docenti sono in grado di.., ma il sistema scolastico non permette…., così si rischia di premiare solo gli smanettoni…, e dovremmo accollarci un altro enorme carico di lavoro per quella miseria di stipendio…

Sicuramente sono critiche sensate, tuttavia mi chiedo se non sia venuto il momento di cambiare davvero qualcosa, in modo radicale e deciso.

Non si può dire soltanto e sempre NO.




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