Il mito dei nativi digitali

Se ne parla da anni: una intera generazione di giovani, cresciuti in un mondo permeato dalla tecnologia, con elevate abilità tecnologiche da cui deriverebbero preferenze e stili di apprendimento talmenti "diversi" da rendere questi ragazzi una sorta di alieni che vagano per le nostre classi, perlopiù annoiati e poco o nulla interessati alle proposte educative del nostro giurassico sistema educativo.

Sono stato invitato al convegno "I digital natives nell’Europa dell’istruzione", organizzato a Bari dall’ITC Marco Polo il 26 e 27 marzo scorso (approfitto per ringraziare il Dirigente, il vice Antonio, Sissi, Rosa e le altre colleghe e colleghi per la cordialissima ospitalità!).

Nel mio intervento:

ho provato a portare una voce critica rispetto a questa visione, da alcuni considerata un po’ troppo semplicistica (ad esempio, Maria Grazia).

Il tutto anche in relazione al nostro progetto Digital Competence Assessment, diretto proprio a capire meglio se questi nostri "nativi" sono anche davvero "competenti" nell’uso consapevole delle tecnologie digitali.

Ho proposto alcuni estratti di articoli, ricerche e studi sperimentali, che dimostrano come, in definitiva, questo dei nativi digitali perennemente conessi e impegnati a produrre contenuti multimediali da condividere sul web, sia più un mito che una realtà.

In particolare, il recente lavoro di Bennett, Maton e Kervin, The ‘digital natives’ debate: A critical review of the evidence, pubblicato nel 2008 dal British Journal of Educational Technology, scaricabile liberamente in draft) espone la questione in modo molto chiaro, dimostrando che: 1) nonostante si dia per scontato che i ragazzi vivano immersi nella tecnologia, il reale uso è ancora molto tradizionale (scrittura, email, navigazione web); 2) la produzione di contenuti è un fenomeno limitato; 3) le differenze di skills  all’interno della "generazione" giovanile sono le stesse esistenti tra le diverse generazioni. Gli autori ripropongono il concetto di moral panic (Cohen, 1972) per indicare come questo fenomeno dei nativi digitali sia enfatizzato dai media e anche da parte del mondo accademico, senza reali evidenze scientifiche e con toni spesso drammatici sull’inadeguatezza della scuola e degli insegnanti davanti a questa ipotetica "generazione".

Il moral panic in questo caso nasconde un ulteriore pericolo: il sistema educativo potrebbe essere tentato di abdicare al proprio ruolo rispetto al tema delle tecnologie, sia perché si ritiene inadeguato sia perché pensa che comunque i nativi siano… nativamente competenti in virtù della loro appartenza generazionale!

Sarebbe un grave errore, perché esistono ben documentate prove, al contrario, dell’esistenza di un ampio divario digitale, dovuto alle diverse situazioni socio-economiche, all’interno della stessa fascia giovanile.

Il ruolo della scuola è pertanto ancora più che utile, nell’indirizzare e aiutare i giovani a formarsi una vera competenza digitale.

Non lasciamoci allora intimorire o confondere dai nativi digitali: in realtà…non esistono!!

12 Responses to “Il mito dei nativi digitali”


  1. 1 Emanuela Zibordi Mar 29th, 2009 at 22:26

    Concordo con quanto scrivi, Antonio. Sto appunto constatando che i miei studenti e studentesse dai 13 ai 19 anni hanno competenze molto limitate nell\’uso degli strumenti di internet, compresa la posta elettronica. Sono invece molto abili nell\’uso dei telefoni cellulari, non connessi a internet, e dei loro strumenti multimediali. Il parlare di nativi digitali in maniera così diffusa, a mio avviso, dovrebbe essere considerato però positivamente. Questo perchè sarebbe, forse, la prima volta che la scuola si pone in anticipo rispetto ai bisogni che si manifesteranno nel prossimo futuro, con docenti in grado di aiutare questi ragazzi ad utilizzare la rete in modo efficace per lo studio e il lavoro.
    La esagerazione nell\’utilizzare il termine digital natives, adesso non ha riscontri sociologici (almeno in Italia) ma non è detto che il fenomeno si manifesti improvvisamente. A quel punto è meglio essere preparati.

  2. 2 Maria Grazia Mar 29th, 2009 at 23:45

    Ti devo ringraziare doppiamente. Il tuo link mi ha fatto rileggere una discussione per me utilissima in questo momento. Grazie! Potenza del PLE… ;-)
    ps mi dispiace sul serio non essere riuscita a venire. Spero ci sia una prossima volta. :-)

  3. 3 antonio.fini Mar 30th, 2009 at 9:42

    @Emanuela: se davvero la questione si ponesse in questo modo (anticipare..) allora sarebbe positivo. Consentimi però di avere più di un dubbio :-) . Ancora molti insegnanti non esitano a dichiarare davanti ai ragazzi “ah io di queste cose non ci capisco niente..”, “ne sapete sicuramente più voi di me…”. Talvolta c’è una specie di snobbismo anti-tecnologie.
    Se poi ci si auto-convince che i ragazzi “sappiano già fare” si rischia di aumentare il divario sociale sulle tecnologie: i soliti provenienti da famiglie di un certo tipo non avranno problemi, si sa, e gli altri?
    La scuola ha anche un ruolo di equilibratore sociale al quale non può e non deve rinunciare.
    @Maria Grazia: anch’io ti avrei vista volentieri :-) Ci sarà sicuramente un’altra occasione!!

  4. 4 Marcello Mar 30th, 2009 at 15:49

    Bravo, Antonio, per questa lettura lucida e supportata da evidenze del fenomeno.
    Bravo anche a sottolineare l’effetto perverso che il mito dei nativi digitali rischia di avere nella scuola: mi è capitato di vedere docenti che, presi quasi da timore reverenziale nei confronti della presunta competenza e onniscienza digitale dei ragazzi, li rincorrono e assecondano nel loro uso smodato e cognitivamente insignificante delle tecnologie più diverse (comprese quelle degli ultimi gadget) delegando loro, e quindi banalizzando, anche gli aspetti più autenticamente educativi.

    Marcello

  5. 5 giulia calfapietro Mar 30th, 2009 at 16:52

    Al convegno c\’ero anch\’io e ti ho ascoltato volentieri trovandomi in accondo con quanto hai affermato. Nello stesso pomeriggio ho condotto un workshop sull\’utilizzo del podcast in un progetto di lingua inglese portato avanti dall\’Istituto nel quale insegno, lo scorso anno. Il lavoro di gruppo dei miei studenti nel corso della realizzazione degli audio e video podcast è servito anche ad affievolire e smussare le differenze sulle loro abilità e competenze digitali: studenti con il fiuto per I tune hanno lavorato fianco a fianco con quelli che di tecnologie sanno ancora molto meno di quello che noi pensiamo….. una gamma di giovani personaggi molto diversi fra loro per requisiti di partenza, ma accomunati dal desiderio di apprendere e di divertirsi….. di fare scuola in modo diverso e più partecipativo.
    Giulia Calfapietro

  6. 6 rosa pastore Mar 30th, 2009 at 20:15

    Grazie Antonio, anche a nome del dirigente scolastico prof. Antonio Guida, per il tuo intervento efficace e utilissimo a definire meglio il contesto di analisi oggetto del seminario. Molti dei docenti presenti hanno ricevuto spunti notevoli per una riflessione sulla propria condizione e un aiuto a riconsiderare l’opportunità di cominciare a dialogare con la competenza digitale senza paure e allarmismi.
    Alla prossima edizione!

  7. 7 Emanuela Zibordi Mar 30th, 2009 at 21:14

    Riconcordo con te ed altri commentatori per quanto riguarda l\’inadeguatezza dell\’organizzazione scolastica e preparazione dei docenti. Appunto per questo ritengo che sia importante parlarne anche al di sopra delle reali condizioni attuali riferite alle competenze degli studenti. Forse è solo attraverso il bombardamento mediatico che si riesce a smuovere qualcosa. Se i discorsi rimangono di nicchia, o se si fa passare l\’idea che tanto i digital natives non esistono, si rischia che il fenomeno sia ricondotto alla moda del momento.

  8. 8 antonio.fini Mar 30th, 2009 at 21:37

    @emanuela: il “non esistono” voleva essere chiaramente una provocazione. Non intendo dire che non esistono giovani abilissimi con le tecnologie ma sostengo che non si tratta di una “generazione”! Vi sono differenze, anche marcate, ed è proprio la scuola che dovrebbe colmarle, come ha saputo fare per lo “scrivere e far di conto”…
    Che poi siano saltati molti “schemi” dell’educazione “tradizionale” è un altro discorso: basti pensare all’alleanza tra scuola e famiglie, ormai bellamente demolita!
    I bombardamenti mediatici, se prendono la forma del moral panic - ma quanto mi è piaciuto ’sto termine :-) - possono fare anche danni grossi…

  9. 9 antonio.fini Mar 30th, 2009 at 21:39

    @giulia, @rosa: grazie a voi, anche per avere commentato :-)

    @marcello: ti ringrazio per l’apprezzamento. Vedo che anche tu hai sperimentato questo “strano” fenomeno della “sudditanza tecnologica” :-)

  10. 10 Gianni Marconato Mar 31st, 2009 at 16:35

    Stavo appunto riflettendo sulla questione dei nativi digitali, novello prezzemolino di chiunque si occupi di scuola. Ed avevo anch’io la sensazione che se ne parlasse troppo o, almeno, in termini “sbagliati” (se di “sbaglio” si può parlare a proposito di questioni così indistinte).
    Sono venuto a conoscenza di questa tua riflessione Antonio grazie ai nuovi lettori di feed che ho messo nel mio blog (a proposito, aggiorna il tuo blogroll) ed il mio pensiero si è arricchito.
    In breve - magari prima o poi scrivo qualcosa da me - credo che la questione non stia nell’esistenza o meno dei nativi digitali, ma nella capacità degli insegnanti di misurarsi con lo studente reale che ha davanti e non con quello ideale e stereotipato che ha in testa (e che è quallo di quando lui era studente). La questione è di non vedere lo studente d’oggi in termini di differenze con quello di prima (differenze che immancabilmente portano ad essere espresse in termini di qualcosa che manca) ma in termini di cos’è.
    Non vorrei, poi, che l’eccessiva enfasi sull’altro nasconda la paura di misurarsi con l’io (psicologismo?).
    Per concludere, credo che la questione sia la competenza dell’insegnante nel reale contesto in cui esercita: Tecnologie o non tecnologie; nativi o non nativi ….

  11. 11 Cirdan il Timoniere Apr 1st, 2009 at 8:27

    Ho trovato preziosissimo il tuo articolo. In molti, credo, pensando ai digital natives avevamo l\’impressione di avere a che fare con un mito, e lo studio del British Journal of Technology, che grazie a te ho scoperto e potuto leggere, sgombra il campo da ogni dubbio.
    C\’è una questione che per noi è banale, eppure rappresenta il punto centrale: il PC non è un elettrodomestico come gli altri, perchè può essere utilizzato per diversi scopi. E l\’orizzonte della tecnologia è ormai quella dell\’integrazione, creare dispositivi che telefonano, vanno su Internet, si collegano via GPS, ecc. ecc. Per utilizzare al meglio questi dispositivi non basta il manuale di istruzioni, ci vuole un approccio CULTURALE diverso (i soliti concetti 2.0, la condivisione, la creazione di contenuti, ecc.).

    E difatti la Commissione Europa ha pubblicato l’Internet Literacy Handbook (di cui ho parlato in quest’articolo) dove si afferma esplicitamente che “Traditional literacy skills are no longer sufficient for those who wish to take advantage of the opportunities […] presented by Internet.”

    E’ evidente che su questo fronte, come dici tu, la scuola ha un ruolo fondamentale. Ma attualmente in Italia la direzione presa è totalmente diversa. Considerando l’accesso alla Rete come semplice competenza tecnica, e non culturale, si elimina il Laboratorio di Informatica dalla scuola primaria. In conclusione, qui da noi i nativi digitali rimarrano mito ancora per parecchio.

  12. 12 Roberto Romano Apr 11th, 2014 at 14:37

    Ciao, argomento molto interessante. Grazie per aver citato l’articolo del BJET, che non conoscevo. Ne ho scritto anch’io sul mio Blog, spero di dare un contributo costruttivo alla questione. Parto da un articolo a firma di Alessandro D’Avenia pubblicato su La Stampa di Dicembre/13:

    http://occhio-al-web.blogspot.it/2014/04/darwin-e-levoluzione-dei-nativi-digitali.html

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