Scuola



Orientamento o caste?

Ricevo dalla scuola media di mio figlio, assieme alla pagella del primo quadrimestre, una scheda (Oggetto: giudizio orientativo) che dovrebbe aiutare la famiglia nella scelta della scuola superiore.

Ecco la parte più significativa della scheda:

giudizio

Devo dire che lo stile comunicativo di questo documento mi lascia alquanto perplesso…

Sarò un ingenuo, cadrò sempre forse dal pero, tuttavia mi sembra che qui siamo di fronte non tanto ad un tentativo di "orientamento", quanto piuttosto ad una sommaria suddivisione in (come altro chiamarle?) caste scolastiche.

In sostanza, i professori della scuola media fanno questo ragionamento: se il ragazzo è bravo e studioso e ha buoni voti("in relazione agli obiettivi didattici e comportamentali"), lo indirizziamo ad un liceo (eh sì, perché la formula "qualsiasi tipo di scuola", per differenza rispetto alle altre elencate, a cos’altro si riferisce se non ai licei? :-)), se i voti sono un po’ meno buoni, vada allora ad un istituto tecnico, se i risultati sono ancora inferiori ci sono gli istituti professionali e, infine, proprio all’ultimo livello, si rivolga alla formazione professionale!

Implicitamente, quindi, si stabilisce di fatto una gerarchia delle scuole superiori, con in alto la casta "nobile" dei licei, riservata ai "bravi" e in basso gli "intoccabili" "somari" dei corsi di formazione professionale.

Bel modo di fare orientamento! Ci si basa unicamente sui risultati scolastici e si invia alle famiglie un messaggio molto semplificato e, direi, banale. Uno po’ nello stile delle profezie auto-avveranti che tanti danni fanno proprio a scuola, incidendo a volte in modo irreparabile sull’autostima degli alunni.

Il rendimento scolastico può essere un elemento per l’orientamento ma certamente non deve essere l’unico! Il rischio di comunicazioni banalizzate come queste è che proprio i ragazzi provenienti da famiglie che avrebbero più necessità e bisogno di reale orientamento siano invece incanalati verso il loro "destino", già deciso, in attesa del fatale auto-adempimento.

Sono infatti certo che famiglie di livello socio-culturale-economico più alto fanno le proprie scelte in base a parametri diversi… Le caste (quelle vere… :-)) infatti, per loro natura, sono autoreplicanti ma, questo è il punto, la scuola dovrebbe agire in modo da contrastare questo fenomeno, non favorirlo!!!

Nel gran giorno…

…della "riforma" della scuola superiore mi capita di leggere (grazie al mitico OLDaily dell’insostituibile Stephen Downes) due cosette che la mia rete neurale collega, forse impropriamente e arbitrariamente (ma, si sa, le reti sono imprevedibili… :-)), a questo epocale evento nostrano:

1) un vecchio articolo di Seymour Papert dall’eloquente titolo "Why School Reform is Impossible", nel quale mi colpisce questo passaggio:

Complex systems are not made. They evolve. Where I part company from Tyack and Cuban is when they turn from the book’s historical theme of showing that reform will not work to give advice to reformers about how to do it better. My own view is that education activists can be effective in fostering radical change by rejecting the concept of a planned reform and concentrating on creating the obvious conditions for Darwinian evolution: Allow rich diversity to play itself out

2) il sito My School, nel quale il governo australiano, non senza polemiche e controversie, pubblica i "profili" di circa 10.000 scuole del Paese. Per ogni scuola sono disponibili una serie di statistiche sulle caratteristiche degli istituti, come il numero di studenti e docenti o il profilo socio-economico, ma anche benchmark sulle competenze acquisite dagli studenti, incluse comparazioni con scuole simili e con le medie nazionali.

Altri pensatori, altri mondi…

Se volete andare a lavorare per Google

Nel segno della continuità: anche nel 2010 Gianni continua ad essere una delle mie primarie fonti di ispirazione!

E meno male, altrimenti questo povero blog languirebbe più del normale (anche perché ormai il dottorato è terminato, la tesi è consegnata, e … non ci sono più scuse :-)).

Il suo racconto  – posso chiamarlo "Natale (tecnologico) in casa Marconato"? – è davvero suggestivo. Chi ha in casa figli adolescenti e simili riconoscerà facilmente situazioni familiari…

Naturalmente, è anche l’ennesima occasione per riflettere sulla scuola e sui suoi eterni problemi. Sarà perché il 7 rientrerò nei ranghi, ma questa volta il buon Gianni mi ha trasmesso un po’ più di angoscia.

Ma andiamo avanti! In realtà il passo che più mi ha colpito è il seguente:

Diventa urgente domandarsi anche: cosa serve che i giovani sappiano per vivere il mondo di domani

Ebbene, nelle ricerche per la mia tesi di dottorato mi ero imbattuto in questo post dal blog ufficiale di Google, nel quale sono evidenziate le qualità, le competenze, le abilità che Google cerca quando seleziona il personale da assumere.

Mi sembra possa essere un buon punto di riferimento: certo non tutti andranno a lavorare per Google :-)ma, insomma, probabilmente sono requisiti validi per molte società e organizzazioni della …società della conoscenza.

Jonathan Rosenberg, uno dei VicePresidenti di Google, semplicemente ci spiega che loro cercano sostanzialmente persone in possesso di

non-routine problem-solving skills

E aggiunge che questi "risolutori di problemi nuovi, non di routine" dovrebbero essere dotati di:

  • capacità di ragionamento analitico.

When an issue arises or a decision needs to be made, we start with data. That means we can talk about what we know, instead of what we think we know.

  • Competenze comunicative.

… understanding the available evidence isn’t useful unless you can effectively communicate your conclusions.

  • Disposizione a sperimentare.

… you need a willingness to accept the evidence even if you don’t like it.

  • Attitudine a lavorare in gruppo.

…People need to work well together and perform up to the team’s expectations.

  • Passione e leadership.

…the main thing is to be motivated by a sense of importance about what you do.

La conclusione di Jonathan ci porta al problema evidenziato da Gianni. Prima di tutto:

These characteristics are not just important in our business, but in every business, as well as in government, philanthropy, and academia. The challenge for the up-and-coming generation is how to acquire them. It’s easy to educate for the routine, and hard to educate for the novel.

Sì, ma come si fa a "educare all’originalità"? Jonathan suggerisce che:

The need for reasoning, though, remains constant, so we believe in taking the most challenging courses in core disciplines: math, sciences, humanities.

E, infine, l’abilità più importante di tutte, la capacità di imparare:

… learning doesn’t end with graduation. In fact, in the real world, while the answers to the odd-numbered problems are not in the back of the textbook, the tests are all open book, and your success is inexorably determined by the lessons you glean from the free market. Learning, it turns out, is a lifelong major.

Imparare ad imparare, dunque, sembra essere l’elemento più importante!

Si può notare come questa checklist di Google sia molto simile alle Competenze Chiave per l’apprendimento permanente raccomandate dalla UE ormai da anni e, mi sembra, tuttora lasciate nel dimenticatoio (comunque, mai citate, mi pare..) dalle varie riforme scolastiche…

Ma la scuola, oggi, contribuisce alla fomazione di queste competenze?

Si "impara ad imparare", a scuola? Ci si allena a risolvere "problemi non-di-routine"? Si acquisisce l’attitudine a sperimentare?  Si impara a lavorare in gruppo e a comunicare efficacemente? Si è portati a sviluppare passione e leadership? E il ragionamento analitico, è così diffusamente praticato?

Purtroppo, l’angoscia non mi è diminuita…

LIM …senza limiti!

image La Lavagna Interattiva Multimediale è un dispositivo che, pur discusso e controverso, negli ultimi anni si sta diffondendo in molte classi, soprattutto di scuola primaria e media.

Il mio amico Giovanni Bonaiuti, con il quale ho il piacere di collaborare da anni nell’ambito di LTE, ha scritto un libro dal titolo "Didattica attiva con la LIM", dedicato agli insegnanti che si trovano oggi a confrontarsi con la LIM in classe.

Un volume molto ben documentato, ricco di idee e consigli sui possibili utilizzi in classe, realizzato non come un testo accademico né come un banale "manuale d’uso". Giovanni è riuscito ad unire il rigore scientifico alla semplicità del linguaggio e ad un taglio pratico che rende questo libro davvero utile e soprattutto…utilizzabile dai docenti nel loro lavoro quotidiano!

Il CD-ROM allegato contiene filmati e molte risorse direttamente impiegabili per la didattica di diverse materie.

Il libro è disponibile in libreria, dai primi di novembre.

Acquari analogici e oceani digitali

L’amico Agati torna sulla questione del mito dei nativi digitali con uno dei suoi consueti post arguti e stimolanti.

La sintesi di Mario sembra essere: mito sì, in teoria; mito no, in pratica. I ragazzi, a parole sembrano inetti, davanti allo schermo sono dei draghi!

Verso la conclusione del post, dice Agati:

…e dire che loro non sono digitalmente performanti solo perché molti (moltissimi!) hanno la consapevolezza critica di un criceto è come dire che la nostra generazione non è gutemberghiana solo perché la maggioranza degli adulti non sa decodificare decentemente un quotidiano (e nemmeno le panzane delle tivu berlusconiane).

Parto da questo punto, perché mi pare evidente come l‘ignoranza mediale della nostra generazione abbia contribuito non poco alle fortune di certi tele-politici. E già sarebbe una buona ragione per non proseguire su questa strada: che l’ignoranza dei padri non prosegua nei figli :-)!!!

Per quanto riguarda la storia della generazione digitale, rimanderei un attimo il discorso alla questione delle otto Competenze Chiave delle quali si discute da anni in ambito europeo, ove si declinano sul lato dell’apprendimento permanente e io invece definirei "necessarie per vivere decentemente in questa società".

Ebbene, tra queste figura la competenza digitale.
Cosa vogliamo sostenere? Che i nostri teenager già la possiedono, nativamente? Che sono "nati imparati", almeno su questo ambito?
Che la scuola, su questo, deve tacere, dato che già sanno e sanno fare tutto?

Secondo me è vero il contrario! E il "nuovo punto di vista" auspicato in conclusione da Agati dovrebbe essere proprio la consapevolezza che per la scuola e per gli insegnanti (in generale, con le dovute, solite e solide eccezioni!) il mondo digitale è oggi sostanzialmente estraneo e questo non va bene, va cambiato!!
Leggiamoci le competenze chiave: ci troveremo gran parte delle literacy abitualmente praticate a scuola (Comunicazione nella madrelingua; Comunicazione nelle lingue straniere; Competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia; Imparare ad imparare; Competenze sociali e civiche, ecc.), ovvero ambiti che sono storicamente propri del sistema scolastico. C’è pero anche qualche novità come la competenza digitale, della quale il sistema educativo DEVE in ogni caso farsi carico, possibilmente senza (unica tra le altre) darla per acquisita geneticamente…

Certo, Mario, abbandoniamo i nostri rassicuranti acquari analogici e nuotiamo con i pesciolini più piccoli nell’oceano digitale, consapevoli però che il mare è di tutti e che abbiamo qualcosa di significativo da dire. Senza snobismo, ma anche senza soggezione.

E’ una sfida (un’altra!?!) per la scuola e per gli insegnanti. La contrapposizione generazionale e il senso di inferiorità implicito nella definizione di "immigrati" (austeri o meno.. :-)), non aiutano.

E po, immigrare digitalmente, per fortuna, non è così difficile…Una volta dentro, nessuno chiede permessi di soggiorno!

Bisogna volerlo, però…

Le tecnologie servono

Ogni tanto capita un post "bello tosto", una milestone direbbero gli anglofoni, che spesso provoca un’ampia eco di discussione in varie "case e piazze virtuali".

E’ il caso di Gianni Marconato che ieri, nel post "Le tecnologie non servono", spiega ancora una volta, con passione, quasi "urlando", che pensare alle tecnologie come il mezzo principale per rinnovare (e migliorare) la didattica e la scuola in generale, è un’illusione pericolosa.

Bene, è una posizione assolutamente condivisibile ed è importante che qualcuno lo dica così "forte e chiaro"!

Gianni conclude proponendo una specie di moratoria:

L’unica cosa sensata che si può fare, oggi, a proposito di tecnologie e didattica è dimenticare le tecnologie, di fare come se non esistessero. Di non parlare più di tecnologie come strumenti a sé stanti. Di non iniziare nessun discorso “sulle” tecnologie, di non fare nessun progetto di (pseudo) innovazione con il focus sulle tecnologie.

E’ ovvio che si tratta di una provocazione. In ogni caso mi chiedo se il rimedio non sia peggiore del male..

Sì, perché il problema è che le tecnologie, piaccia o no, esistono e, soprattutto, servono!

Servono a farmacisti, medici, impiegati, operai, a chiunque viva in questo mondo!

Servono a tutti i cittadini di oggi, inclusi ovviamente insegnanti e studenti :-).

Penso sia giunto il momento di abbandonare ragionamenti del tipo "servono o non servono – innovano a non innovano – migliorano o non migliorano". Del resto, nessuno fa domande simili pensando ad  una "tecnologia" di base come la scrittura!

Né possiamo immaginare un insegnante che vada in cattedra senza sapere leggere o scrivere!!

Ebbene, è il caso di ricordare ancora una volta le "competenze chiave" proposte a livello europeo già dal 2006. Sono otto ma vorrei elencare qui soltanto le prime quattro:

  • Comunicazione nella madrelingua;
  • Comunicazione nelle lingue straniere;
  • Competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia;
  • Competenza digitale;

La scuola non può continuare a discutere se la LIM o qualche altra diavoleria tecnologica sia la chiave per il miracolistico rinnovamento (e su questo Gianni ha sacrosanta ragione!) ma neanche pensare di poter ignorare le sue responsabilità!

Il sistema educativo ha il dovere di formare cittadini che posseggano, tra le altre, anche la competenza digitale, ovvero:

…saper utilizzare con dimestichezza e spirito critico le tecnologie della società dell’informazione (TSI) per il lavoro, il tempo libero e la comunicazione. Essa è supportata da abilità di base nelle TIC: l’uso del computer per reperire, valutare, conservare, produrre, presentare e scambiare informazioni nonché per comunicare e partecipare a reti collaborative tramite Internet.

E proprio ieri l’edizione online della Stampa riportava un richiamo della Commissione Europea su questi temi, che il giornale torinese sintetizzava così:

La Commissione esorta gli Stati membri perchè aiutino i cittadini a familiarizzare con le tecnologie.

Signori, qui c’è molto da fare per il mondo della scuola!!!

E pensare che vi sono ancora molti docenti (e dirigenti…) che addirittura ostentano una specie di "snobismo tecnologico" alla rovescia ("ah, io di computer non ci capisco niente") come se fosse un titolo di merito. Credo sia francamente inaccettabile.

Quindi, d’accordo con Gianni smascheriamo cavalli di Troia, piazzisti e falsi innovatori, smitizziamo il potere taumaturgico delle tecnologie in classe ma ricordiamo anche che esse fanno parte della nostra vita ed è necessario un impegno del sistema educativo affinché tutti vi abbiano accesso in modo consapevole e competente.

Servono buoni docenti, che tra le loro molteplici competenze, abbiano anche quelle tecnologiche. Non per innovare: semplicemente per insegnare.

Il successo educativo della Finlandia: non solo Nokia

E’ piuttosto noto che il sistema educativo della Finlandia sia da anni costantemente ai primi posti nel ranking internazionale (ad es. nei test PISA).

Zaid Ali Alsagoff, avendo recentemente seguito un seminario sull’argomento, ha realizzato uno dei suoi documentatissimi post, nel quale ha incluso un confronto con un altro big dell’educazione mondiale (Singapore) e soprattutto ha cercato di sintetizzare i motivi del successo scolastico del paese nordico.

Inevitabile la battuta:

What is the secret to Finland’s success (5.3+ million citizens only)? NOKIA! Besides that?

Ed effettivamente probabilmente c’è dell’altro. Zaid propone cinque fattori chiave che ripropongo qui, in italano:

  • Educazione di qualità con pari opportunità per tutti;
  • Alto livello di investimenti in Ricerca e Sviluppo in ambito tecnologico;
  • Buona struttura normativa e servizi pubblici efficienti;
  • Economia aperta nella quale prevale la concorrenza;
  • Economia di mercato sociale orientata al welfare.

Ora, perché non proviamo a verificare questi punti rispetto alla situazione di qualche altro paese, magari mediterraneo? Uno a caso? πŸ™‚

Ma non è finito qui. Il post di Zaid contiene molti altri spunti significativi, sul sistema generale di istruzione, sui diritti e doveri degli studenti, sullo status degli insegnanti, sull’autonomia delle scuole, sulle modalità di valutazione.

Insomma, vale la pena di leggerlo tutto!

Prendo a prestito qui solo poche frasi, che mi hanno particolarmente colpito:

…education is free, including travel expenses, welfare services, accommodation, books and other school material…

E tutto ciò dalle elementari all’università…

Non ci sono solo diritti per gli studenti finnici, però:

…students also have three main duties that they must fulfill, which are to attend classes, obey discipline, and complete their courses and programs.

Sì, in teoria è così dappertutto, però pare che in Finlandia questi tre doveri li prendano sul serio..

Sulla formazione degli insegnanti:

… a teacher must have a master’s degree to teach in Finland, and also have a lifelong learning program mapped out for them. They emphasize a lot on lifelong learning, and it is kind of embedded into the their learning culture.

E infatti:

…teacher profession is highly valued in Finland…

Lo so che poi lassù hanno altri problemi (ad esempio un po’ troppi suicidi) ma magari potremmo cercare di …copiare solo le cose buone πŸ™‚

Malascuola: buone idee, bidelli e ITP

More about Malascuola

Claudio Cremaschi ha scritto Malascuola, un libro che venderà bene: in copertina (oltre alle due simpatiche orecchie d’asino), campeggia il lungo sottotitolo "se io io fossi il ministro dell’istruzione raddoppierei lo stipendio agli insegnanti"!

Visto e comprato!!!

Un volume scritto bene, da una persona che evidentemente vive nella scuola e ne ha  una conoscenza profonda. Cremaschi è un dirigente scolastico ex insegnante di matematica e si vede: i riferimenti a statistiche (sia nazionali che internazionali) sono puntuali e ricorrenti, le numerose proposte sono sempre corredate da calcoli precisi su possibili risparmi e conseguenti reimpieghi (ad esempio proprio per raddoppiare questo benedetto stipendio..).

I vari capitoli prendono in esame l’intera architettura del sistema scolastico italiano, fornendo sempre, per ogni elemento (l’orario, l’articolazione dell’anno scolastico, gli esami, la dimensione delle scuole, il reclutamento e la carriera degli insegnanti e molto altro..) qualche proposta concreta e, spesso, utili confronti internazionali. E’ particolarmente apprezzabile l’approccio: i problemi di un sistema complesso come la scuola devono essere considerati in modo organico, finalmente qualcuno ci prova!

Insomma, un ottimo contributo, non ideologico ma concreto e aggiornato, al dibattito sulla scuola italiana.

Però… proprio considerando che il contributo è di così alto livello e l’autore così ben documentato, non mi sarei aspettato un paio di cadute di stile, con abbondante ricorso a luoghi comuni e stereotipi. Cremaschi mette nel mirino soprattutto due categorie di operatori scolastici, eliminando le quali, a suo dire, si risolverebbero parecchi problemi e si potrebbe fare un passo verso il raddoppio dei famosi stipendi.

Le prime "vittime" di Cremaschi sono bidelli e ITP. I primi avrebbero soprattutto il torto di non avere una traduzione inglese del loro mestiere, oltre a essere dediti soprattutto all’imboscamento, alla chiacchiera, oltre che  alla preparazione di panini al salame (pag. 174 e 176). Secondo l’autore, si potrebbero serenamente eliminare, sostanzialmente affidando gli esuberi alle "cure" degli ammortizzatori sociali.

Mi dilungherò maggiormente sugli insegnanti tecnico-pratici.

Gli ITP invece, secondo Cremaschi, non si sa bene cosa siano e cosa facciano, se debbano dare voti, insegnare, correggere compiti, presenziare e votare ai consigli di classe. L’autore, pur con qualche riconoscimento  generico, (della serie "ne conosco di bravissimi", ma che significa??) li presenta dediti soprattutto a farsi i fatti propri, dallo scrivere tesi di laurea (però.. almeno si acculturano, questi fannulloni :-)) ad altre attività "in proprio" o in combutta con gli insegnanti teorici con i quali operano in compresenza, che è poi la situazione che viene presentata come principale fonte di spreco.

Prof. Cremaschi, mi stupisco che un dirigente scolastico e un autore così attento ai dettagli, proprio in questo caso dimentichi addirittura la normativa in vigore, facendo credere che le scuole superiori siano infestate da orde di personaggi non meglio identificati, mangiapane a tradimento che non si sa bene cosa facciano e perché!

In realtà lo stato giuridico degli ITP è stato progressivamente corretto e precisato ormai da anni. Mi permetto quindi di segnalare qualcosina sul versante normativo, tra l’altro proprio utilizzando una pericolosa caratteristica di questa insulsa categoria professionale, che parrebbe esistere solo per impedire il raddoppio degli stipendi ai colleghi: un sito web.

Eh sì, perché, a pag. 162, si legge:

Gli ITP sono una categoria agguerrita: hanno un loro coordinamento nazionale, un sito Internet, rappresentanti sindacali.

Addirittura!!! Caspita, si tratta allora di pericolosi sovversivi che, armati di codici HTML e supportati da feroci sindacalisti, nelle loro riunioni carbonare probabilmente "proporranno di bruciare questo libro"!

Beh, come può vedere (la prima parte di questo post lo dimostra), personalmente non sono tra gli incendiari (l’idea stessa mi fa orrore) e addirittura mi arruolo tra i sostenitori del suo lavoro, che contiene molte altre proposte e idee condivisibili.

Credo che in generale, si possa discutere di tutto, ad esempio della riqualificazione del personale non docente (condivido in toto il paragrafo a pag. 179) e certamente anche delle compresenze (per le quali invito però a riflettere se davvero siano il problema e non, in alcuni casi, forse anche una possibile soluzione…) però sempre rispettando la professionalità e soprattutto la realtà e le proporzioni dei problemi, senza ricorrere all’aneddotica, allo stereotipo e al luogo comune.

Ad esempio, avrebbe potuto descrivere in modo più corretto lo status giuridico degli ITP (i quali, per inciso, non è vero che siano "né docenti né ausiliari" bensì docenti e basta che ..danno i voti pure loro!)  e, per completezza, avrebbe forse potuto aggiungere che non sempre gli ITP operano in compresenza, come in alcuni istituti professionali (alberghiero, moda, ..): pensiamo alle lezioni di cucina πŸ™‚

Se invece, e forse è comprensibile e tutto sommato anche gradevole per il lettore, il suo stile di scrittura include l’alternanza di rigorose statistiche con gustosi aneddoti sugli "strani" comportamenti di chi lavora nella scuola, beh, avrebbe potuto allora inserirne qualcuno anche per la categoria dei dirigenti scolastici, non trova?

O in quelle alte sfere va tutto così bene e non sono possibili tagli e risparmi?




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