Scuola

Il Manifesto degli Insegnanti

Un gruppo di colleghi aderenti al network La Scuola Che Funziona (LSCF) ha lavorato per mesi alla stesura del Manifesto degli Insegnanti.

Il Manifesto è stato pubblicato alcuni giorni fa ed è ora disponibile per la firma da parte di tutti coloro che ne condividono lo spirito.

Sono stato a lungo indeciso se aderire o meno, e per le stesse ragioni per le quali non ho partecipato attivamente alla redazione.

Mi era già capitato in occasione della sottoscrizione della CapeTown Open Education Declaration.

Il fatto è che ho una specie di allergia per la retorica delle "solenni dichiarazioni", per i giuramenti, le promesse, le "buone intenzioni".

Penso che non dovrebbero servire, che non si dovrebbe mai "giurare" perché i giuramenti tutto sommato sono fatti più per essere infranti che osservati, che si dovrebbe semmai agire senza "dichiarare"…

E poi, perché un manifesto degli insegnanti e non, ad esempio, uno per gli avvocati, i medici (sì lo so che c’è il giuramento di Ippocrate ma, sinceramente, non lo porterei a ..buon esempio :-) ), gli architetti, i giornalisti, i… politici ;-) ecc. ecc.?

Perché gli insegnanti devono "dimostrare" qualcosa (per poi regolarmente non vedersi riconoscere nulla)?

Perché si dovrebbero pubblicamente e solennemente sottolineare una serie di azioni e comportamenti che invece sarebbe lecito aspettarsi come "naturali" ?

Insomma, una lunga serie di dubbi e obiezioni.

Alla fine però ho firmato.

Non lo so perché: i dubbi ci sono sempre, ma i tempi che attraversiamo sono speciali e forse vale proprio la pena di accantonare le proprie remore anche solo per affermare ad alta voce che

Amo insegnare. Amo apprendere. Per questo motivo sono un insegnante.

Chi vuole, con o senza dubbi, può aderire e firmare!

OpenDNS e filtro dei contenuti con FamilyShield

OpenDNS è un servizio DNS "alternativo", rispetto al normale DNS offerto da tutti i provider.

In pratica, per utilizzare OpenDNS è necessario modificare le impostazioni DNS sul proprio computer o sul router, inserendo gli indirizzi IP dei server OpenDNS. I vantaggi? Sostanzialmente, maggiore velocità e sicurezza.

Io lo uso da qualche tempo, con soddisfazione (nel senso che non ho avuto mai problemi :-) ).

Chi ha bambini e ragazzi adolescenti in casa è però inevitabilmente alle prese con il problema della sicurezza e dei "contenuti non adatti".

Certo, finché i bambini sono piccoli si naviga insieme, si parla, si educano, si consigliano. Tuttavia, prima o poi tutto questo non sarà più sufficiente: è poco ragionevole pensare che si possa sempre "co-navigare" con un adolescente..

Ci troveremo quindi di fronte alla necessità di installare un sistema di filtraggio dei contenuti. Su ilFiltro.it si trova una ricca documentazione su questo argomento che, naturalmente, riguarda anche le istituzioni scolastiche le quali avrebbero il dovere di intervenire in questo senso, dal momento che, in pratica, è alquanto difficile garantire sempre e comunque un controllo puntuale sui singoli computer collegati in rete.

image Ora, OpenDNS offre un servizio di filtraggio dei contenuti, chiamato FamilyShield che ha interessanti funzionalità, come la possibilità di essere attivato direttamente su un router. Considerando che anche in ambiente domestico sono ormai diffusissimi i router wireless che consentono l’accesso a Internet per tutta la famiglia, è un’opzione davvero utile e più sicura rispetto alla soluzione relativa al singolo PC (il ragazzino smanettone che sa come si cambia un’impostazione DNS non è difficile da trovare ;-) ) dal momento che la configurazione del router è solitamente protetta da password.

FamilyShield non richiede alcuna installazione di software, essendo basato esclusivamente sulle impostazioni DNS. Registrandosi sul sito, si ottiene la versione Basic del filtro, che consente alcune personalizzazioni, come la selezione di numerose categorie di contenuti da filtrare o meno (inclusi i social network…). E’ gestita l’assegnazione di indirizzi dinamici, come accade normalmente per le reti domestiche.

Costo: la versione Basic, ottima per le famiglie, è gratuita!! Esistono però altre versioni, a pagamento, ad esempio per le scuole, a prezzi interessanti.

2010 Odissea nell’e-book

E’ il tema dell’anno, non c’è dubbio.

Ne parlano tutti, anche il mio preside all’ultimo collegio dei docenti ci ha ricordato che questa di maggio dovrebbe essere stata l’ultima adozione di libri di testo cartacei..

Anche se già nei primi anni 2000, con l’avvento dei primi palmari, c’era stato un iniziale picco di interesse. Ricordo di aver letto (si fa per dire..) il Cantico di Natale di Dickens in versione originale su un vecchio Palm  :-)

Ora però si fa sul serio.

Nei giorni scorsi ho acquistato ben quattro e-book.

Il primo è un libro auto-prodotto e pubblicato su Lulu.com, scaricabile in formato PDF, senza alcuna protezione.

Il secondo è un saggio, pubblicato da un’editore "tradizionale" ma disponibile anche in digitale, in formato epub, con forte protezione (impossibile stampare, copiare, ogni capitolo marcato con "copia concessa in licenza a…"). Per leggerlo ho installato Mobipocket Reader.

Il terzo è un altro saggio, pubblicato da un editore che vuole invece caratterizzarsi proprio sull’editoria elettronica, in formato PDF, con un livello intermedio di protezione (impossibile copiare ma si può stampare).

Infine, il quarto l’ho acquistato da Amazon e lo leggo via Kindle for PC, un software che consente di emulare un Kindle. Il formato è ovviamente quello proprietario del Kindle (.azw).

Insomma, un bel panorama delle possibilità oggi disponibili, anche in termini di modalità di scrittura/edizione/pubblicazione/gestione dei diritti.

image Però, quattro libri, TRE formati diversi (PDF, epub, kindle), TRE software diversi per la lettura, anche se nel frattempo ho scaricato anche Adobe Digital Editions che mi "copre" PDF ed epub e scoperto che Mobipocket può leggere anche i PDF!

La lettura stessa è decisamente poco agevole, sul PC, inutile fingere…

Certo, NON possiedo un ebook reader, come del resto la stragrande maggioranza della popolazione… Ma temo che anche se lo avessi, forse ci sarebbe lo stesso più di un problemino di compatibilità

Comunque, in sintesi: un delirio! Tutto ancora decisamente TROPPO complicato.

Per passare davvero alla diffusione di massa degli e-book credo siano indispensabili alcune condizioni che ancora non vedo così prossime:

  1. semplificazione dei formati;
  2. disponibilità di reader realmente efficaci per la lettura;
  3. abbassamento del costi dei suddetti reader, almeno sotto i 100 euro.

In queste condizioni, prevedere che nel maggio 2011, praticamente domani.. :-)

il collegio dei docenti adotta esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista (art. 15 L 133/2008)

mi sembra assolutamente velleitario.

La competenza digitale nella scuola

E’ appena uscito il volume  La competenza digitale nella scuola - Modelli e strumenti per valutarla e svilupparla nel quale, con Antonio Calvani e Maria Ranieri, facciamo il punto sul tema della imagecompetenza digitale, tuttora grande "sconosciuta" nell’ambito scolastico italiano nonostante sia da anni inclusa tra le otto competenze chiave per il lifelong learning riconosciute a livello europeo e internazionale.

E’ anche un’occasione per riflettere ancora una volta (e pare che l’argomento sia sempre attuale…) sull’impiego delle tecnologie nella scuola. Dopo decenni di esperienze del loro uso, infatti, si intravedono oggi più criticità che successi, mentre rimane assolutamente vaga la consapevolezza di cosa si intenda per competenza digitale, come si possa valutarla e diffonderla nelle scuole.

Tra coloro che la identificano con la padronanza di tecniche che si ritengono acquisite dai giovani in modo del tutto naturale (in quanto «nativi digitali») per i quali si pensa che non siano necessari particolari interventi educativi, e altri, che invece guardano ai modelli certificativi stile ECDL, la proposta avanzata nel libro (che fa seguito al lavoro realizzato nell’ambito del progetto Digital Competence Assessment), è quella di un modello di competenza digitale fondato su basi educative, con una forte rilevanza attribuita alle dimensioni critica, cognitiva ed etica.

La competenza digitale viene quindi riportata ad un quadro complesso di competenze articolate che comprendono non solo il possesso di abilità procedurali, ma anche componenti più elevate, come la capacità di analizzare e valutare dati, rappresentare e risolvere problemi, esplorare contesti tecnologici sconosciuti, stabilire sinergie collaborative.

Nel primo capitolo Maria Ranieri fornisce un quadro generale della ricerca sulla nozione di competenza digitale nel contesto internazionale.

Nel secondo capitolo Antonio Calvani presenta il modello teorico di competenza digitale utilizzato nel libro.

Il terzo capitolo, che ho curato personalmente, riguarda in modo specifico uno degli strumenti di valutazione inclusi nella proposta, quello più rivolto verso la modalità quantitativa, ovvero i questionari online Instant DCA, i quali sono stati utilizzati nei mesi scorsi per una sperimentazione a livello nazionale che ha coinvolto più di mille alunni delle classi seconde superiori. I risultati di questa applicazione sono presentati in modo esteso nel capitolo.

Infine, nel quarto capitolo, Maria Ranieri presenta, alla luce di una riflessione più ampia sul concetto di valutazione, i criteri che ci hanno guidati alla scelta degli strumenti qualitativi derivati dal modello (le cosiddette prove situate).

Estremismi

image Evidentemente, il mix tecnologie-scuola non si presta a riflessioni equilibrate, ma solo a ondate alternate di bulimia e anoressia, di ottimismo acritico e di contrasto feroce.

In questo infinito giro di montagne russe pare che siamo ora al momento della discesa a precipizio: si dice che i nostri amici americani abbiano infatti "improvvisamente" scoperto (ma lo sapevano già!!!) che, ebbene sì, con un netbook e una bella connessione wireless ci si può facilmente distrarre, durante le lezioni! Altro che prendere appunti!

Invece, prima, tutti stavano attentissimi e seguivano diligentemente l’interessantissima lezione dell’esimio professore… Nessuno mai si distraeva scarabocchiando su un foglio oppure guardando fuori dalla finestra, leggendo il giornale di nascosto o lanciando occhiate alla vicina di banco..  Ehh..bei tempi, senza computer, Internet e telefonini a disturbare il regolare corso degli studi! :-)

E allora, bruciare i computer con l’acidocontrollare  e/o proibire tutto mi sembrano davvero ottime soluzioni, che gioveranno sicuramente al miglioramento della didattica in tutti i livelli scolastici e risolveranno i problemi di apprendimento degli studenti, i quali otterrano finalmente (anzi, nuovamente..) quegli ottimi risultati che tutti auspichiamo.

Ovviamente, tra un acido e un cartello di divieto, è del tutto inutile chiedersi come mai gli studenti ritengano così poco rilevante la lezione e vi si trovino così poco coinvolti da preferire una partita al PC o navigare sul Web! E conviene anche non pensare che magari  la gestione di una classe "tecnologica" è ben diversa da una tradizionale, per cui, forse, la sempiterna lezione frontale risulta meno adeguata…

Molto meglio dare la colpa alla tecnologia brutta e cattiva, tornare alla rassicurante carta e penna e far finta di non vedere tutte quelle facce, finalmente …attente.

Orientamento o caste?

Ricevo dalla scuola media di mio figlio, assieme alla pagella del primo quadrimestre, una scheda (Oggetto: giudizio orientativo) che dovrebbe aiutare la famiglia nella scelta della scuola superiore.

Ecco la parte più significativa della scheda:

giudizio

Devo dire che lo stile comunicativo di questo documento mi lascia alquanto perplesso…

Sarò un ingenuo, cadrò sempre forse dal pero, tuttavia mi sembra che qui siamo di fronte non tanto ad un tentativo di "orientamento", quanto piuttosto ad una sommaria suddivisione in (come altro chiamarle?) caste scolastiche.

In sostanza, i professori della scuola media fanno questo ragionamento: se il ragazzo è bravo e studioso e ha buoni voti("in relazione agli obiettivi didattici e comportamentali"), lo indirizziamo ad un liceo (eh sì, perché la formula "qualsiasi tipo di scuola", per differenza rispetto alle altre elencate, a cos’altro si riferisce se non ai licei? :-) ), se i voti sono un po’ meno buoni, vada allora ad un istituto tecnico, se i risultati sono ancora inferiori ci sono gli istituti professionali e, infine, proprio all’ultimo livello, si rivolga alla formazione professionale!

Implicitamente, quindi, si stabilisce di fatto una gerarchia delle scuole superiori, con in alto la casta "nobile" dei licei, riservata ai "bravi" e in basso gli "intoccabili" "somari" dei corsi di formazione professionale.

Bel modo di fare orientamento! Ci si basa unicamente sui risultati scolastici e si invia alle famiglie un messaggio molto semplificato e, direi, banale. Uno po’ nello stile delle profezie auto-avveranti che tanti danni fanno proprio a scuola, incidendo a volte in modo irreparabile sull’autostima degli alunni.

Il rendimento scolastico può essere un elemento per l’orientamento ma certamente non deve essere l’unico! Il rischio di comunicazioni banalizzate come queste è che proprio i ragazzi provenienti da famiglie che avrebbero più necessità e bisogno di reale orientamento siano invece incanalati verso il loro "destino", già deciso, in attesa del fatale auto-adempimento.

Sono infatti certo che famiglie di livello socio-culturale-economico più alto fanno le proprie scelte in base a parametri diversi… Le caste (quelle vere… :-) ) infatti, per loro natura, sono autoreplicanti ma, questo è il punto, la scuola dovrebbe agire in modo da contrastare questo fenomeno, non favorirlo!!!

Nel gran giorno…

…della "riforma" della scuola superiore mi capita di leggere (grazie al mitico OLDaily dell’insostituibile Stephen Downes) due cosette che la mia rete neurale collega, forse impropriamente e arbitrariamente (ma, si sa, le reti sono imprevedibili… :-) ), a questo epocale evento nostrano:

1) un vecchio articolo di Seymour Papert dall’eloquente titolo "Why School Reform is Impossible", nel quale mi colpisce questo passaggio:

Complex systems are not made. They evolve. Where I part company from Tyack and Cuban is when they turn from the book’s historical theme of showing that reform will not work to give advice to reformers about how to do it better. My own view is that education activists can be effective in fostering radical change by rejecting the concept of a planned reform and concentrating on creating the obvious conditions for Darwinian evolution: Allow rich diversity to play itself out

2) il sito My School, nel quale il governo australiano, non senza polemiche e controversie, pubblica i "profili" di circa 10.000 scuole del Paese. Per ogni scuola sono disponibili una serie di statistiche sulle caratteristiche degli istituti, come il numero di studenti e docenti o il profilo socio-economico, ma anche benchmark sulle competenze acquisite dagli studenti, incluse comparazioni con scuole simili e con le medie nazionali.

Altri pensatori, altri mondi…

Se volete andare a lavorare per Google

Nel segno della continuità: anche nel 2010 Gianni continua ad essere una delle mie primarie fonti di ispirazione!

E meno male, altrimenti questo povero blog languirebbe più del normale (anche perché ormai il dottorato è terminato, la tesi è consegnata, e … non ci sono più scuse :-) ).

Il suo racconto  - posso chiamarlo "Natale (tecnologico) in casa Marconato"? - è davvero suggestivo. Chi ha in casa figli adolescenti e simili riconoscerà facilmente situazioni familiari…

Naturalmente, è anche l’ennesima occasione per riflettere sulla scuola e sui suoi eterni problemi. Sarà perché il 7 rientrerò nei ranghi, ma questa volta il buon Gianni mi ha trasmesso un po’ più di angoscia.

Ma andiamo avanti! In realtà il passo che più mi ha colpito è il seguente:

Diventa urgente domandarsi anche: cosa serve che i giovani sappiano per vivere il mondo di domani

Ebbene, nelle ricerche per la mia tesi di dottorato mi ero imbattuto in questo post dal blog ufficiale di Google, nel quale sono evidenziate le qualità, le competenze, le abilità che Google cerca quando seleziona il personale da assumere.

Mi sembra possa essere un buon punto di riferimento: certo non tutti andranno a lavorare per Google :-) ma, insomma, probabilmente sono requisiti validi per molte società e organizzazioni della …società della conoscenza.

Jonathan Rosenberg, uno dei VicePresidenti di Google, semplicemente ci spiega che loro cercano sostanzialmente persone in possesso di

non-routine problem-solving skills

E aggiunge che questi "risolutori di problemi nuovi, non di routine" dovrebbero essere dotati di:

  • capacità di ragionamento analitico.

When an issue arises or a decision needs to be made, we start with data. That means we can talk about what we know, instead of what we think we know.

  • Competenze comunicative.

… understanding the available evidence isn’t useful unless you can effectively communicate your conclusions.

  • Disposizione a sperimentare.

… you need a willingness to accept the evidence even if you don’t like it.

  • Attitudine a lavorare in gruppo.

…People need to work well together and perform up to the team’s expectations.

  • Passione e leadership.

…the main thing is to be motivated by a sense of importance about what you do.

La conclusione di Jonathan ci porta al problema evidenziato da Gianni. Prima di tutto:

These characteristics are not just important in our business, but in every business, as well as in government, philanthropy, and academia. The challenge for the up-and-coming generation is how to acquire them. It’s easy to educate for the routine, and hard to educate for the novel.

Sì, ma come si fa a "educare all’originalità"? Jonathan suggerisce che:

The need for reasoning, though, remains constant, so we believe in taking the most challenging courses in core disciplines: math, sciences, humanities.

E, infine, l’abilità più importante di tutte, la capacità di imparare:

… learning doesn’t end with graduation. In fact, in the real world, while the answers to the odd-numbered problems are not in the back of the textbook, the tests are all open book, and your success is inexorably determined by the lessons you glean from the free market. Learning, it turns out, is a lifelong major.

Imparare ad imparare, dunque, sembra essere l’elemento più importante!

Si può notare come questa checklist di Google sia molto simile alle Competenze Chiave per l’apprendimento permanente raccomandate dalla UE ormai da anni e, mi sembra, tuttora lasciate nel dimenticatoio (comunque, mai citate, mi pare..) dalle varie riforme scolastiche…

Ma la scuola, oggi, contribuisce alla fomazione di queste competenze?

Si "impara ad imparare", a scuola? Ci si allena a risolvere "problemi non-di-routine"? Si acquisisce l’attitudine a sperimentare?  Si impara a lavorare in gruppo e a comunicare efficacemente? Si è portati a sviluppare passione e leadership? E il ragionamento analitico, è così diffusamente praticato?

Purtroppo, l’angoscia non mi è diminuita…

LIM …senza limiti!

image La Lavagna Interattiva Multimediale è un dispositivo che, pur discusso e controverso, negli ultimi anni si sta diffondendo in molte classi, soprattutto di scuola primaria e media.

Il mio amico Giovanni Bonaiuti, con il quale ho il piacere di collaborare da anni nell’ambito di LTE, ha scritto un libro dal titolo "Didattica attiva con la LIM", dedicato agli insegnanti che si trovano oggi a confrontarsi con la LIM in classe.

Un volume molto ben documentato, ricco di idee e consigli sui possibili utilizzi in classe, realizzato non come un testo accademico né come un banale "manuale d’uso". Giovanni è riuscito ad unire il rigore scientifico alla semplicità del linguaggio e ad un taglio pratico che rende questo libro davvero utile e soprattutto…utilizzabile dai docenti nel loro lavoro quotidiano!

Il CD-ROM allegato contiene filmati e molte risorse direttamente impiegabili per la didattica di diverse materie.

Il libro è disponibile in libreria, dai primi di novembre.

Acquari analogici e oceani digitali

L’amico Agati torna sulla questione del mito dei nativi digitali con uno dei suoi consueti post arguti e stimolanti.

La sintesi di Mario sembra essere: mito sì, in teoria; mito no, in pratica. I ragazzi, a parole sembrano inetti, davanti allo schermo sono dei draghi!

Verso la conclusione del post, dice Agati:

…e dire che loro non sono digitalmente performanti solo perché molti (moltissimi!) hanno la consapevolezza critica di un criceto è come dire che la nostra generazione non è gutemberghiana solo perché la maggioranza degli adulti non sa decodificare decentemente un quotidiano (e nemmeno le panzane delle tivu berlusconiane).

Parto da questo punto, perché mi pare evidente come l‘ignoranza mediale della nostra generazione abbia contribuito non poco alle fortune di certi tele-politici. E già sarebbe una buona ragione per non proseguire su questa strada: che l’ignoranza dei padri non prosegua nei figli :-) !!!

Per quanto riguarda la storia della generazione digitale, rimanderei un attimo il discorso alla questione delle otto Competenze Chiave delle quali si discute da anni in ambito europeo, ove si declinano sul lato dell’apprendimento permanente e io invece definirei "necessarie per vivere decentemente in questa società".

Ebbene, tra queste figura la competenza digitale.
Cosa vogliamo sostenere? Che i nostri teenager già la possiedono, nativamente? Che sono "nati imparati", almeno su questo ambito?
Che la scuola, su questo, deve tacere, dato che già sanno e sanno fare tutto?

Secondo me è vero il contrario! E il "nuovo punto di vista" auspicato in conclusione da Agati dovrebbe essere proprio la consapevolezza che per la scuola e per gli insegnanti (in generale, con le dovute, solite e solide eccezioni!) il mondo digitale è oggi sostanzialmente estraneo e questo non va bene, va cambiato!!
Leggiamoci le competenze chiave: ci troveremo gran parte delle literacy abitualmente praticate a scuola (Comunicazione nella madrelingua; Comunicazione nelle lingue straniere; Competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia; Imparare ad imparare; Competenze sociali e civiche, ecc.), ovvero ambiti che sono storicamente propri del sistema scolastico. C’è pero anche qualche novità come la competenza digitale, della quale il sistema educativo DEVE in ogni caso farsi carico, possibilmente senza (unica tra le altre) darla per acquisita geneticamente…

Certo, Mario, abbandoniamo i nostri rassicuranti acquari analogici e nuotiamo con i pesciolini più piccoli nell’oceano digitale, consapevoli però che il mare è di tutti e che abbiamo qualcosa di significativo da dire. Senza snobismo, ma anche senza soggezione.

E’ una sfida (un’altra!?!) per la scuola e per gli insegnanti. La contrapposizione generazionale e il senso di inferiorità implicito nella definizione di "immigrati" (austeri o meno.. :-) ), non aiutano.

E po, immigrare digitalmente, per fortuna, non è così difficile…Una volta dentro, nessuno chiede permessi di soggiorno!

Bisogna volerlo, però…




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