Scuola

Non è più tempo di blog

Almeno per me, non è più tempo di blog. Non ho più tempo per il blog.

Il nuovo lavoro, certo, troppo impegnativo.
Ma ci sono anche i gruppi Facebook, luoghi di ritrovo e di sviluppo professionale, nei quali è più facile confrontarsi e avere un riscontro immediato con colleghi e amici.

E’ una mia questione personale, intendiamoci, perché penso che in generale i blog abbiano ancora molto senso, in diversi casi. Ad esempio, nella scuola, dove i blog di classe o dei docenti potrebbero risolvere, a costo zero, almeno una parte del problema del “registro online”: diario delle lezioni, compiti assegnati, attività svolte, et voilà.. 🙂
In ogni caso, il sito non non chiuderà, anche perché contiene un bell’archivio, un pezzo di vita…

RAI Scuola: una nuova risorsa per il mondo dell’educazione

Per rivitalizzare un po’ il blog, che langue da  troppo tempo, propongo una sintesi dell’articolo che ho  appena scritto per Bricks, dedicato alle novità di RAI Scuola.

RAI Scuola si rinnova con un progetto che ambisce ad unire la tradizionale programmazione televisiva con il web e i social  network. Da fine marzo scorso, Rai Scuola offre una variegata e rinnovata gamma di contenuti, su diversi media:

  • Il canale televisivo RAI Scuola, visibile gratuitamente sia sul digitale terrestre (canale 146) sia su digitale satellitare (ad esempio nel bouquet Sky al canale 806, su TivùSat al canale 33), con una programmazione quotidiana  di 4 ore, ripetuta durante la giornata.
  • Il sito web www.raiscuola.rai.it, dal quale si accede ai siti tematici (Letteratura, Arte, Filosofia, Storia, Economia), dai quali è possibile vedere i programmi, ma anche accedere alla enorme banca dati di video educativi, i quali a loro volta possono essere riutilizzati e inclusi in altre pagine web, secondo la ormai consolidata tecnica dell’embedding

    Il sito offre inoltre una interessante funzionalità per gli insegnanti: la possibilità di registrarsi e di organizzare i contenuti  per creare percorsi personalizzati, i lesson plan, legati ad argomenti  e a punti specifici del curricolo scolastico. 
      

  • La disponibilità di specifiche app,  per garantire l’accesso in mobilità attraverso smartphone e tablet. Molti contenuti saranno resi progressivamente disponibili anche attraverso magazine tematici specifici per tablet (inizialmente per iPad, entro l’estate anche per Android): già disponibili quelli di RAI Arte e RAI Letteratura.

  • La presenza nei principali social network. La pagina Facebook RAI Scuola è il principale “luogo virtuale” di aggregazione, ma sono attivi anche account Twitter dedicati ai canali tematici, oltre ad alcuni hashtag associati ai principali programmi.

Per concludere, una nota su due trasmissioni completamente nuove: Nautilus e Zettel.

Nautilus, ideato da Gino Roncaglia, propone un itinerario culturale quotidiano tematico, con l’obiettivo di presentare personaggi e argomenti che possano costituire punti di riferimento culturali significativi.

Il programma va in onda dal lunedì al venerdì, articolandosi su cinque macro aree culturali: il lunedì la Letteratura, il martedì la Filosofia, il mercoledì l’Arte, il giovedì l’Economia e il venerdì il Teatro. Ogni puntata propone contenuti specifici relativi al tema del giorno, oltre a contributi di alta qualità, firmati da grandi nomi della cultura. Ogni settimana la trasmissione propone un filo conduttore rappresentato dalla presenza di un ospite, un personaggio noto che, intervistato dai due giovani conduttori che si alternano nel programma, commenta i contenuti proposti, racconta le proprie esperienze e propone le proprie opinioni relative all’area tematica del giorno. Il programma è visibile sul canale RAI Scuola e sul sito web. I contributi sui social network sono identificati dall’hashtag “#rainautilus”.

Zettel (con l’eloquente sottotitolo “Filosofia in movimento”) è un programma innovativo, che ambisce a “portare la filosofia in televisione”. Abbandonando lo stile documentaristico, il programma propone temi sempre molto vicini alla realtà quotidiana, con l’obiettivo di fare riflettere e di esercitare la nostra capacità più preziosa: la capacità di pensare. Nelle 20 puntate del programma uno dei maggiori filosofi italiani, Maurizio Ferraris, propone una visione della filosofia diversa da quella convenzionale, mostrandoci come l’attività del filosofo sia in realtà molto vicina ad ognuno di noi. Anche le puntate di Zettel  sono disponibili sul web, dal portale di Rai Scuola, dal quale sarà possibile anche approfondire i contenuti, arricchiti e disponibili anche in forma di magazine multimediale per Tablet. “#raizettel” è l’hashtag dedicato al programma. Inoltre,  sulla pagina Facebook Rai Filosofia, in contemporanea alla messa in onda del programma, è possibile partecipare a discussioni relative ai temi trattati dalla trasmissione.

 

Asso.Dschola filtro internet per le scuole

imageLa presenza di connessioni Internet nelle scuole non è certo una novità. Tuttavia oggi la connettività nella scuola non è più confinata ai laboratori ma è sempre più spesso capillarmente distribuita nelle classi, mediante cablaggio (ad es. per le LIM) o reti wireless.

La necessità di avere un sistema di filtraggio dei contenuti e un efficace firewall per garantire a studenti e docenti una navigazione il più possibile sicura e controllata è quindi sempre più pressante.

Esistono diverse soluzioni commerciali, da tempo sul mercato, che offrono soluzioni interessanti ed efficaci.

La mia scuola, ad esempio, ha utilizzato per diversi anni Optenet, un ottimo servizio a pagamento.

Tuttavia questi sono anche tempi di estrema scarsità di risorse, per cui ognuno deve cercare di fare la sua parte per risparmiare, senza però rinunciare a certi livelli essenziali di servizio.

Asso.Dschola è una soluzione Open Source, totalmente gratuita, che risolve il problema del firewall e del filtro contenuti a costo praticamente ZERO!

Il software è basato sul noto firewall Endian Firewall ed è stato personalizzato (e interamente tradotto in italiano) dai bravissimi colleghi di DSchola.

Ebbene, ormai da qualche settimana, la mia scuola, nelle sue tre sedi, offre una connessione Internet protetta e sicura, con la possibilità di personalizzazione delle categorie da filtrare (aggiornate nottetempo in modo automatico, dalla black list dell’Università di Tolosa) e di aggiunta/rimozione di singoli siti e domini.

Costo complessivo dell’operazione: ZERO. Con l’aiuto del mio volenteroso assistente tecnico, abbiamo riciclato tre vecchi computer (veri residuati, già depositati in magazzino..) che sono rinati a nuova vita e sono anche loro orgogliosi di poter essere ancora utili come firewallSorriso. L’installazione del software è semplice, alla portata di chiunque sappia configurare, ad esempio, il router di casa propria (salvo configurazioni più complesse, comunque possibili, ma che richiedono qualche competenza in più..). La documentazione è ottima, molto chiara e aggiornata e consente di configurare e rendere funzionante il sistema in meno di un’ora.

Le prestazioni sono ottime, superiori a quelle del precedente sistema commerciale, sia in termini di velocità, che di personalizzazione del filtro e di reportistica.

Questo post vale come ringraziamento personale a Dschola e in particolare a Dario Zucchini, conosciuto in occasione del BarCamp Scuola all’ultimo Congresso SIe-L, da cui ho avuto le prime informazioni su Asso.

Colleghi responsabili di laboratori e reti scolastiche, che aspettate? Installate subito Asso.DSchola!

PISA 2009 e competenze digitali

A fine giugno l’OECD ha pubblicato un volume basato sui test PISA del 2009, dedicato alle competenze digitali e in particolare al Digital Reading, definita come:

PISA defines reading literacy as understanding, using, reflecting on and engaging with written texts, in order to achieve one’s goals, develop one’s knowledge and potential, and participate in society.

con la seguente particolarità:

Digital texts are conceived of as a subset of written texts. For the purposes of PISA 2009, digital text is synonymous with hypertext

In sostanza: la capacità di muoversi correttamente in un ambiente ipertestuale e di interpretarlo in modo efficace.

Il titolo del volume è infatti Students On Line: Digital Technologies and Performance. Si tratta di un volumone di 395 pagine che contiene, come usuale nelle pubblicazioni OECD, un’infinità di tabelle e grafici che richiederebbero uno studio approfondito.

Per fortuna, l’Executive Summary ci viene in aiuto! Sorriso

Dal sommario emergono interessantissime evidenze (pag. 20), tra le quali vorrei segnalarne un paio:

  • un macigno sull’ormai logoro dibattito sui nativi digitali:

powerful evidence that today’s 15-year-olds, the “digital natives”, do not automatically know how to operate effectively in the digital environment, as has sometimes been claimed

e se qualcuno avesse ancora qualche dubbio:

Access to ICT has grown significantly in recent years and, as a result, fewer than 1% of students across OECD countries reported that they had never used a computer; but a digital divide in the use of ICT is still evident between and within countries

In sintesi, è vero che tutti i quindicenni usano i computer, ma possiedono reali competenze digitali molto diversificate, spiegate soprattutto dalla loro condizione socio-economica. Altro che generazione digitale!

  • una seria critica all’uso delle ICT a scuola:

Using a computer at home is related to digital reading performance in all 17 participating countries and economies, but that is not always true for computer use at school

Sì, avete capito bene!

the relationship between students’ computer use at school and performance in digital reading tends to be negative with a slight curve, which means that more intensive use is associated with lower scores

Insomma, l’uso intensivo dei computer a scuola sarebbe addirittura correlato negativamente con le capacità di digital reading!

C’è veramente di che riflettere… (e qualcuno sta già cominciando a farlo).
AGGIORNAMENTO 8/8/2011: un ottimo approfondimento di Marco Campione.

Tradurre la Khan Academy

La Khan Academy è uno straordinario progetto di OER, originato non da qualche prestigiosa università ma da un singolo individuo, Salman Khan, un ingegnere americano di origini bengalesi, il quale nel 2006 ha iniziato a produrre video didattici, realizzati con una tecnica che più semplice non si può. I video di Khan sono tutti disponibili su YouTube, di cui rispettano i limiti di durata tipici (max 10/15 minuti); ognuno ha un preciso e limitato obiettivo didattico e consiste in una minilezione con la voce del docente il quale utilizza una “lavagna” costituita da uno sfondo nero su cui disegnare tramite una tavoletta grafica. Niente Powerpoint nè Flash, solo il vecchio buon Paint!

A distanza di cinque anni, la Khan Academy è oggi una fondazione che sta ricevendo attenzioni da parte di colossi come Google e personaggi come Bill Gates (pare che i figli utilizzino i filmati di Khan come risorsa per i compiti a casa..). Ad oggi l’Academy offre più di 2000 video didattici, soprattutto di matematica ma anche di fisica, chimica, scienze, economia e altre materie, oltre ad un crescente numero di esercizi interattivi. Tutti costruiti da un team che si è allargato ..ma non troppo: sono infatti in otto!

Si tratta di una biblioteca di risorse decisamente interessanti, soprattutto nell’ottica dello studio individuale o del recupero.

La nuova frontiera per Salman e soci è però la traduzione in diverse lingue: dapprima attraverso un appello a contribuire e ultimamente con una modalità molto più social, ovvero l’integrazione con Universal Subtitles, un servizio di sottotitolatura che oltrepassa i limiti di DotSub e agisce direttamente come un addon dei principali siti di condivisione video (YouTube, Vimeo, blip.tv e altri).

In pratica ogni singolo filmato della Khan Academy può essere oggi sottotitolato in qualsiasi lingua, a cura di chiunque. Visualizzando il filmato dal sito dell’Academy o direttamente da YouTube è infatti presente, in basso a sinistra,  il pulsante di Universal Subtitles che consente di aggiungere una nuova traduzione o modificare una già esistente.

Chissà se qualche insegnante di matematica (visto che è la materia principale dell’Academy, nonché il cruccio di moltissimi studenti.. Sorriso) avrà voglia e tempo di sottotitolare qualche lezione… Certo, potrebbe farlo chiunque, ma una traduzione efficace necessita ovviamente di competenze disciplinari, oltre che linguistiche.

Il Paese più ignorante d’Europa

Sto ultimando con una delle mie classi la relazione conclusiva per un progetto di statistica. Abbiamo realizzato un questionario destinato agli ex-diplomati e stiamo confrontando i dati rilevati con alcuni indicatori nazionali e locali. Parteciperemo anche ad un concorso.. speriamo bene Sorriso

imageDurante questo lavoro di ricerca ci siamo imbattuti in un ottimo servizio offerto dall’ISTAT: Noi Italia “100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo”.

Un bellissimo sito dinamico che consente di confrontare i principali valori statistici nazionali relativi a diversi ambiti come territorio, ambiente, istruzione, lavoro, economia e altro ancora, con i corrispondenti indicatori degli altri 27 Paesi dell’Unione Europea. All’interno di ogni sezione, sono anche disponibili le serie storiche e il dettaglio regionale, in formato XLS. Veramente una miniera di informazioni preziosissime!

Ebbene, una cosa almeno l’ho capita: l’Italia è di gran lunga il paese più “ignorante” d’Europa!

Ecco perché: la sezione Istruzione di Noi Italia comprende nove statistiche, tra cui “25-64enni con livello di istruzione non elevato”, “30-34enni con istruzione universitaria”, “Giovani che non lavorano e non studiano – NEET (Not in Education, Employment or Training)”  e “Giovani che abbandonano prematuramente gli studi”.

La lettura combinata di questi quattro indicatori secondo me fornisce una misura precisa dell’arretratezza culturale del nostro Paese. Questi sono infatti i risultati:

Posizione 25-64enni con licenza media 30-34 con istruzione universitaria Giovani che abbandonano Giovani NEET
Ultimo Malta Romania Malta ITALIA
Penultimo Portogallo Rep.Ceca Portogallo Spagna
Terzultimo Spagna Slovacchia Spagna Ungheria
Quartultimo ITALIA ITALIA ITALIA Grecia

Si può notare come l’Italia sia l’unico Paese UE che in queste graduatorie occupa SEMPRE una delle ultime quattro posizioni. Naturalmente va detto che i grandi Paesi, quelli veramente ..grandi, quelli con i quali, in teoria, dovremmo confrontarci (i soliti: Francia, Germania, Gran Bretagna) sono sempre tutti molto lontani dal fondo classifica, anche se spesso non occupano le prime posizioni, appannaggio come è noto dei Paesi nordici o dei piccoli, come l’Olanda.

Mi domando: i politici, non certo quelli dell’attuale maggioranza perché è sotto gli occhi di tutti il fatto che considerino l’istruzione esclusivamente come un COSTO DA ABBATTERE, ma almeno quelli che si vogliono proporre come alternativa all’attuale sfacelo, questi dati li conoscono?

Se no, meglio che si informino.. Se sì, sarebbero così gentili da dirci quali misure avrebbero in mente per invertire questa disastrosa situazione?

Io dico già da ora che NON VOTERO’ per alcuno schieramento politico che non dirà in modo CHIARO di essere consapevole di questi fatti e di voler provvedere, oltre che naturalmente spiegare …come!

Il Tasso e il Maestro Intagliatore

Leggo un’intervista a Paola Mastrocola su I docenti scapigliati e non posso fare a meno di notare alcune contraddizioni all’interno di un ragionamento che, non lo nego, a prima vista può anche avere un certo appeal.

La soluzione proposta da Paola (non ci conosciamo, so anche che lei è “all’antica” Occhiolino, ma siamo tra colleghi.. mi permetto di chiamarla per nomeSorriso) sembrerebbe sensata, secondo il buon vecchio senso comune popolare.

Dice Paola: serve una seria scuola dell’obbligo (“fatta come si deve”) alla fine della quale ognuno si prende le proprie responsabilità e in tutta libertà sceglie se continuare a studiare, ma duramente, “come si faceva una volta”, ovvero sgobbando sui libri, niente discorsi strani, no tecnologie, nessun “problem solving” e altre modernità, giù di brutto con latino, greco, letteratura e poco altro, che non serve…). Se questa prospettiva non piace, come alternativa, il giovane (per meglio dire l’adolescente, immagino che questa scuolona dell’obbligo durerà fino a massimo ai 16 anni, suppongo..) avrà libertà di smettere di frequentare la scuola e andare magari a …“intagliare il legno”!

Mi chiedo come si possa non vedere in questa impostazione francamente naif un ritorno al modello scolastico presente in Italia prima dell’istituzione della Scuola Media Unica (primi anni ‘60), quando vigeva la differenziazione tra “avviamento professionale” (“ho fatto l’avviamento”, puoi ancora sentir dire da qualche anziano..) e scuola media per la preparazione ai licei.

Non solo, mi sembra di ravvisare chiaramente la riproposizione della “classica” separazione netta tra professioni intellettuali e lavori manuali. In pratica, un ritorno al medioevo.

Sinceramente, io proporrei al contrario di inserire laboratori di attività manuali in tutti i licei! Ma è un’altra storia…

Mastrocola inserisce nel suo discorso anche un altro stereotipo (veramente lei lo chiama “pensiero divergente”, però certo, lei ha un PhD.. quindi… ooops.. ma anch’io ce l’ho! Ho appena ricevuto la pergamena! Ohibò, come è stato possibile, pensare che il Tasso non lo conosco mica tanto bene … Mah, ci sarà stato qualche errore Occhiolino) ovvero le “inclinazioni”.

“Siamo naturalmente inclinati per qualcosa”, sostiene Paola.

Caspita, che scoperta scientifica! E da cosa deriverebbero queste “inclinazioni”? E come fare per esplicitarle? Forse l’astrologia potrebbe aiutare ("i nati nel segno del Toro sono particolarmente adatti a svolgere determinate professioni, quali per esempio: designer, insegnante, cuoco, artista, visagista e attore”, citazione autentica, cercatela sul web, se vi interessa..) o chissà, forse la genetica potrebbe fornire la risposta (un bel test del DNA alla fine della scuola dell’obbligo potrebbe far emergere il fabbro che c’è in ognuno di noi, e farci risparmiare qualche annetto di noiose lezioni di letteratura! Sorriso)

Ma si rende conto Mastrocola, che questa apparente “libertà” si tramuterebbe istantaneamente in una separazione in “caste scolastiche” (peraltro già parzialmente esistenti) che toglierebbero definitivamente alla scuola quella seppur tenue ma pure ancora presente funzione di ascensore sociale che ne costituisce una (se non la maggiore) ragion d’essere?

Quanti ragazzi sarebbero in grado a quattordici (ma anche  a sedici) anni di decidere “liberamente” se continuare studiare o mettersi a intagliare il legno?

E quanti “figli di…” senza tanta voglia di studiare pensa, la professoressa, che scoprirebbero “liberamente” di “essere inclinati” come piastrellisti?

Si dirà: ma insomma bisogna pure che qualcuno lo faccia l’intagliatore, il fabbro o il piastrellista!!! Ebbene sì, qualcuno lo farà, ma NON PUO’ e NON DEVE deciderlo a quattordici anni!!!

Inoltre, dove sta scritto che chi fa lavori manuali non deve avere un’istruzione superiore? Forse perché “non gli serve”? Ed ecco qui l’altro paradosso del discorso della Mastrocola! Lei stessa afferma che non è possibile valutare a priori l’utilità dello studio umanistico (e cita il padre ragioniere ma appassionato della Divina Commedia). Benissimo, peccato però che lei proprio non voglia tra i piedi il futuro intagliatore!

Certo, è più che comprensibile che la professoressa ambisca ad insegnare soltanto a ragazzi interessati e studiosi. Bella forza! Lo so bene anch’io, per averlo sperimentato diverse volte, che interagire con uno studente “bravo” è una soddisfazione professionale impagabile. Ma non sarà il caso di riflettere sul fatto che, probabilmente, quegli studenti così bravi potrebbero forse fare a meno dell’insegnante?

E che al contrario sono proprio tutti gli altri, i potenziali “intagliatori”, che hanno invece bisogno di essere seguiti e non abbandonati all’apparente “libertà di non studiare”?

Le contraddizioni non finiscono qui: ad esempio Paola non spiega come dovrebbe funzionare questa scuola dell’obbligo "fatta bene”. Perché, quella attuale, è “fatta male”? Se questa di oggi è piena di ragazzi svogliati che “non studiano”, come potrà quella da lei ipotizzata dare questa “solida preparazione di base”?

So che non mi legge, tuttavia nella remota ipotesi, le consiglio vivamente di procurarsi un libriccino introvabile, se non forse attraverso qualche biblioteca universitaria: Nostalgia del Maestro Artigiano di Antonio Santoni Rugiu.

Magari scoprirà che la nostra cultura si è formata non solo grazie al Tasso (a lei tanto caro..) ma anche per l’opera di tanti…Maestri intagliatori!

La scuola italiana non va oltre il chiodo

When all you own is a hammer, every problem starts looking like a nail.

Questa frase, attribuita allo psicologo Abraham Maslow, rappresenta bene lo sgomento che ho verificato da parte di molti colleghi di fronte alla notizia, circolata nei giorni scorsi e oggi ripresa dal Corriere della Sera, secondo la quale l’Austria abolirà le bocciature nelle scuole superiori (mi sono accorto che la notizia era in realtà di qualche settimana fa, vedi Tuttoscuola…)

Ora, lo strumento della valutazione, lo spettro della bocciatura sono gli unici strumenti, i “martelli maslowiani” a disposizione degli insegnanti, per cui non si vede come altro battere sul “chiodo” rappresentato dalla (sempre più? E’ proprio vero?) scarsa motivazione allo studio dei ragazzi.

E in fondo tutta la vita scolastica ruota intorno a quell’esito finale che impensierisce gli studenti e soprattutto le loro famiglie.

Perché dunque gli austriaci (peraltro seguendo altri paesi, tra cui il Regno Unito) vorrebbero privarsi di tale strumento (apparentemente?) insostituibile?

Curiosamente (sempre secondo il nostro senso comune fondato sul famoso “martello”, unico strumento…) il loro intento, stando alle dichiarazioni del ministro dell’istruzione Schmied, sarebbe quello di migliorare il livello di preparazione degli studenti. Pare infatti che l’Austria non se la sia cavata bene, all’ultimo PISA (31° posto in discesa, Italia 29° in lieve ascesa, ma non siamo lontani Sorriso).

Non intendo entrare nel merito né sulle conseguenze e neanche sulle modalità realizzative.

Ne hanno già parlato altri in rete:  Marco ad esempio dice che un meccanismo del genere potrebbe funzionare soltanto ristruttando contemporaneamente la scuola per livelli piuttosto che per classi di età (non dirò neanche che a me questa soluzione piacerebbe, e anche tanto!). Idea ribadita anche dal Gruppo di Firenze, pur con toni decisamente più critici verso la proposta austriaca.

Mi domando soltanto se non sia quantomeno da ammirare il coraggio di aver compiuto una scelta politica forte, al limite anche sbagliata nel merito (lo si scoprirà presto.. il PISA è sempre lì in agguato…) ma pur sempre un tentativo di cambiare davvero, in modo incisivo, il sistema scolastico.

La signora Schmied dimostra almeno di avere un’idea, un progetto sul futuro della scuola, prova a fornire uno strumento diverso dal “martello” per vedere se si riesce così anche a ristrutturare diversamente il problema, tenta di rompere gli schemi consolidati.

Perché una vera “riforma” dovrebbe includere qualche elemento rivoluzionario.

Ma in Italia non si potrebbe fare niente del genere, stretti come siamo tra il revisionismo della “buona vecchia e severa scuola dei contenuti”, tanto cara a Mastrocola e Israel (i quali hanno però a volte hanno buon gioco a demolire alcuni miti come quello ormai trito dei “nativi digitali” o dell’uso insensato delle tecnologie…) e il gretto punto di vista tremontiano secondo il quale l’educazione è soltanto una voce di costo da tagliare il più possibile.

Le sedicenti riforme, da noi, si fanno soltanto seguendo in minima parte il primo (ed è già tutto dire…) ma soprattutto in aderenza al secondo punto di vista: tagliare, ridurre, risparmiare!!

E, naturalmente, senza mai dimenticare la nostrana tradizione gattopardesca del “cambiare tutto per non cambiare nulla”.

Sempre e solo martello, per noi.

Apriamo le porte!

“Come è andata oggi a scuola?” “Bene!”

“Cosa avete fatto?” “Mah.. niente!”

Se riconoscete questo dialogo avete probabilmente almeno un figlio adolescente.

Siamo infatti nello stereotipo consolidato dei rapporti scuola-famiglia, tra reticenze dei figli ed estenuanti maratone di oceanici “colloqui pomeridiani” oppure incursioni semi-clandestine (a seconda della possibilità di avere o meno permessi al lavoro…) durante le ore di ricevimento dei professori al mattino.

Colloqui che consistono in brevi scambi di battute che si risolvono spesso in comunicazioni “numeriche” (“nell’ultimo compito ha preso X”, “l’ho interrogato proprio ieri e ha preso Y, non glielo ha detto?”).

Certo, alle famiglie di solito tutto questo basta e avanza. Rimane però almeno un pochino la curiosità di sapere “cosa hanno fatto oggi a scuola"…

Ed è più di una curiosità.

Non sono infatti soltanto le famiglie ad essere interessate a cosa si fa a scuola e più specificamente a conoscere se e cosa i ragazzi imparino e se i loro docenti e la scuola nel complesso siano adeguati al compito di insegnare.

La società sembra avere un certo interesse nella valutazione del sistema scolastico. Un interesse oggi crescente, stando all’incessante bombardamento di statistiche sull’argomento. Sigle come INVALSI e PISA  sono ormai conosciute a tutti…

In un recente articolo, Giorgio Israel critica giustamente questo approccio statistico alla valutazione e sostiene che

l’unica cosa sensata e utile non sono queste statistiche, bensì una valutazione capillare dei singoli istituti scolastici e anche dei singoli insegnanti

Il problema, naturalmente, è COME attuare questa valutazione capillare, la quale, ripeto, sembra anche a me un metodo decisamente migliore e più interessante.

Le attuali proposte, basate su test per la scuola in generale e su commissioni di valutazione interne per i singoli docenti, non convincono nessuno (nemmeno Israel, probabilmente neanche chi le ha lanciate!).

E, per carità, lasciamo perdere la soluzione proposta nell’articolo di Israel (peccato, aveva cominciato così bene, è franato alla fine… Sorriso): ispezioni? Fatte da insegnanti in pensione?? Capillarmente in ogni scuola??? Assurdo!!!

Come fare, allora?

Ecco, è qui che si potrebbe riallacciare la domanda iniziale (“cosa avete fatto oggi a scuola?”) con una ipotesi basata, molto semplicemente, sul concetto di apertura.

Mi chiedo: se tutti, famiglie, potenziali alunni, dirigenti, diciamo (con parola “moderna”) tutti gli stakeholder avessero la possibilità di capire un po’ meglio di quanto sia possibile fare oggi (praticamente ..zero!) cosa accade tra quelle quattro mura, dietro quelle porte chiuse, questo non sarebbe implicitamente un sistema di valutazione? O almeno un inizio?

Come si fa, ad “aprire le porte”?

La tecnologia può aiutare molto. Qualche esempio: rendiamo accessibile sul web tutta la documentazione didattica, dai piani di lavoro ai registri personali. Non certo nella forma attuale (a nessuno interessa la burocrazia!), usiamo piuttosto sistemi di condivisione documenti, sperimentiamo il micro-blogging come Twitter per “raccontare” cosa si sta facendo. Incoraggiamo i docenti a realizzare blog personali e di classe, dai quali possa emergere l’attività quotidiana. Usiamo i social network per conoscerci meglio. Raccogliamo in modo organico appunti, dispense, materiali, lavori vari prodotti da insegnanti e studenti. Realizziamo un portfolio del singolo docente, della classe, della scuola. Facciamo video di lezioni, registriamo audio e…. pubblichiamo, pubblichiamo, pubblichiamo!

Facciamo sì che non sia l’occhio di dirigenti, ispettori e “commissioni” varie (spesso deformato da lenti non del tutto trasparenti…) ad accostarsi al buco della serratura delle nostre classi.

Spalanchiamo invece le porte e lasciamo che tutti possano vedere “cosa si fa a scuola”, che ad esempio le famiglie possano “valutare” autonomamente e scegliere sulla base di qualcosa di veramente oggettivo (altroché test…). E alla fine si potrebbe anche trovare qualche metodo premiale, anche se non credo che tutto sommato sia il punto più importante.

L’apertura implica sempre un miglioramento: se devo esporre il mio lavoro, beh, probabilmente mi sento motivato a farlo meglio! Perché l’obiettivo poi qual è, se non migliorare i livelli di apprendimento e la qualità dell’insegnamento?

Alt. Sento già le prime obiezioni: ma non tutti i docenti sono in grado di.., ma il sistema scolastico non permette…., così si rischia di premiare solo gli smanettoni…, e dovremmo accollarci un altro enorme carico di lavoro per quella miseria di stipendio…

Sicuramente sono critiche sensate, tuttavia mi chiedo se non sia venuto il momento di cambiare davvero qualcosa, in modo radicale e deciso.

Non si può dire soltanto e sempre NO.

La dimensione umana

Un’amica pensa che la scuola sia un luogo dove non si sa insegnare, nel quale si ha paura dell’autonomia di pensiero e in cui regna il disinteresse verso lo sviluppo del potenziale intellettuale, oltre che della dimensione umana della persona.
Non sono riuscito a darle torto.
In particolare mi ha colpito il punto del disinteresse verso la dimensione umana, che credo sia un elemento chiave per comprendere tanti fallimenti scolastici.
Poco prima di questo scambio di idee, a scuola mi era capitato di discutere con un ragazzo. Ebbene, ripensando a questo “elemento umano”, credo di essermi comportato bene. Sostanzialmente c’era un “problema da risolvere” e probabilmente il modo più semplice per risolverlo sarebbe stato attribuire per intero la responsabilità allo studente. Direi addirittura che lui stesso se lo aspettava, in fin dei conti è così che si regolano molti “problemi”, a scuola. L’insegnante, per default, ha ragione. Punto (salvo poi maledizioni in privato, ovviamente..). In questo caso invece abbiamo ragionato e trovato una soluzione soddisfacente per entrambi. Tra l’altro il problema secondo me non era neanche del tutto colpa sua, glielo ho anche detto e penso di aver fatto bene. Non mi sento affatto “sminuito”, anzi! Sono contento di aver dato vita ad un colloquio sostanzialmente “alla pari”.
Certo, è un episodio isolato e forse anche casuale, mi rendo conto anch’io che forse per mancanza di tempo e anche a volte …di energie, trattiamo spesso i ragazzi in modo superficiale e sostanzialmente autoritario.

Del resto, la scuola è fortemente orientata agli standard (temo che difficilmente si potrà cambiare questa impostazione, credo, neanche nel medio termine…) e gli standard inevitabilmente tendono alla massificazione e alla mortificazione dell’individuo che, per mille motivi diversi, non ci si ritrova o non si adegua.

La “distribuzione normale” (secondo una curva a campana) delle valutazioni scolastiche è talmente radicata da essere divenuta una sorta di profezia autoavverante.
Purtroppo però per alcuni ragazzi il cattivo giudizio della scuola diventa un fallimento personale, un giudizio di valore negativo dato alla persona e non limitato al contesto scolastico.
Ecco, questo bisognerebbe proprio evitarlo!

Sarebbe meglio ricordare che la scuola è soltanto una parte della vita dei nostri ragazzi (studenti e.. figli!). E’ certamente una parte importante ma non è tutto. E il rendimento e l’atteggiamento scolastico non forniscono una rappresentazione fedele della personalità dell’allievo.

Quante volte quell’allievo immaturo, svogliato e "senza palle” in un’aula scolastica, è  invece un tenace atleta in un campo sportivo o un brillante e serio musicista su di un palco?

Il link è riferito ad una recente nota di Mario Agati che ha riproposto lo stesso tema e ha dato vita ad una discussione anche aspra. Caro Mario, capisco perfettamente e condivido la tua posizione, ma quanto mi ha colpito il commento di Maria Francesca!!!

“Si limiti a giudicare le mie prestazioni scolastiche, ad essere professore a scuola e non con le nostre vite”




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