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Neonati digitali

imageStando al titolo del post (80% of Children Under Age 5 Use the Internet) e alla divertente foto proposta da Mashable, sembrerebbe proprio che i nostri bambini comincino già dalla culla ad usare i media digitali!

Tuttavia, il post commenta in realtà uno dei migliori report sulle abitudini e i comportamenti relativi all’uso dei media che io abbia visto negli ultimi tempi.

Il rapporto di ricerca proposto dalle organizzazioni Joan Ganz Cooney Center e Sesame Workshop presenta un quadro molto equilibrato e neutrale sulla condizione immersiva dei bambini e dei ragazzi nelle tecnologie.

Evitando di emettere giudizi e di tentare generalizzazioni (ho controllato, il famigerato termine “nativo” è totalmente assente Occhiolino), la ricerca evidenzia i seguenti elementi chiave, da considerare comunque sempre rispetto al contesto socio-culturale della ricerca, limitata agli Stati Uniti:

  • I bambini hanno accesso oggi ad ogni tipo di media digitale e trascorrono il loro tempo utilizzando questi media in misura molto superiore rispetto al passato;
  • children’s exposure to and consumption of different types of digital media are growing rapidly

  • La televisione continua ad essere molto vista, soprattutto dai bambini più piccoli;
  • television remains a major influence

  • Non tutti bambini hanno accesso alle tecnologie digitali, né tutti utilizzano i media allo stesso modo. La condizione socio-economica delle famiglie continua ad essere  una barriera per l’accesso;
  • digital divides still exist, in both access to and usage of media

  • Il “salto” dall’uso intensivo della televisione agli altri media digitali avviene intorno agli otto anni.
  • media habits change around age 8

  • Le tecnologie mobili (dai videogame ai lettori musicali ai cellulari) sembrano essere molto gradite anche ai più piccoli.
  • mobile device use is on the rise

La ricerca contiene anche una parte propositiva (recommendations) la quale, con molto buon senso, si rivolge soprattutto ai genitori, perché si occupino attivamente della dieta mediale dei figli e facciano in modo che essa sia bilanciata, equilibrata, con attenzione sia alla quantità che alla qualità e perché non perdano l’occasione di restare accanto ai propri bambini durante l’utilizzo dei media, in quella che nel documento viene chiamata joint media engagement, recuperando una proposta del LIFE Center.

Qualche raccomandazione è rivolta anche ai produttori di contenuti, affinché progettino materiali che possano facilitare un approccio inter-generazionale.

We recommend that media producers consider designing content that actively involves parents and children

Un breve accenno al ruolo della scuola ci riporta all’esigenza che l’ambiente scolastico possa mediare tra l’innegabile ambiente esterno media-based ormai tipico della nostra società e le caratteristiche del sistema di istruzione formale.

They are exposed to various types of media in an increasingly technology-reliant society and
are becoming adept at navigating informal learning environments.
What role can technology play in bridging what children are doing at home and the structured learning environment of school?

Certo, questo è anche uno dei punti chiave proposti dal “movimento dei nativi digitali” (spero mi sia consentita questa banalizzazione Sorriso) e viene fatto proprio anche da questo rapporto, nel quale però la questione è posta in termini decisamente più problematici:

But more research is needed into how new technologies can be  integrated into education. We need to understand how regular use of technology affects children’s cognitive and physical development.

Sull’uso delle tecnologie a scuola, ahimé, abbiamo davanti ancora molte domande e poche risposte certe!

La scuola italiana non va oltre il chiodo

When all you own is a hammer, every problem starts looking like a nail.

Questa frase, attribuita allo psicologo Abraham Maslow, rappresenta bene lo sgomento che ho verificato da parte di molti colleghi di fronte alla notizia, circolata nei giorni scorsi e oggi ripresa dal Corriere della Sera, secondo la quale l’Austria abolirà le bocciature nelle scuole superiori (mi sono accorto che la notizia era in realtà di qualche settimana fa, vedi Tuttoscuola…)

Ora, lo strumento della valutazione, lo spettro della bocciatura sono gli unici strumenti, i “martelli maslowiani” a disposizione degli insegnanti, per cui non si vede come altro battere sul “chiodo” rappresentato dalla (sempre più? E’ proprio vero?) scarsa motivazione allo studio dei ragazzi.

E in fondo tutta la vita scolastica ruota intorno a quell’esito finale che impensierisce gli studenti e soprattutto le loro famiglie.

Perché dunque gli austriaci (peraltro seguendo altri paesi, tra cui il Regno Unito) vorrebbero privarsi di tale strumento (apparentemente?) insostituibile?

Curiosamente (sempre secondo il nostro senso comune fondato sul famoso “martello”, unico strumento…) il loro intento, stando alle dichiarazioni del ministro dell’istruzione Schmied, sarebbe quello di migliorare il livello di preparazione degli studenti. Pare infatti che l’Austria non se la sia cavata bene, all’ultimo PISA (31° posto in discesa, Italia 29° in lieve ascesa, ma non siamo lontani Sorriso).

Non intendo entrare nel merito né sulle conseguenze e neanche sulle modalità realizzative.

Ne hanno già parlato altri in rete:  Marco ad esempio dice che un meccanismo del genere potrebbe funzionare soltanto ristruttando contemporaneamente la scuola per livelli piuttosto che per classi di età (non dirò neanche che a me questa soluzione piacerebbe, e anche tanto!). Idea ribadita anche dal Gruppo di Firenze, pur con toni decisamente più critici verso la proposta austriaca.

Mi domando soltanto se non sia quantomeno da ammirare il coraggio di aver compiuto una scelta politica forte, al limite anche sbagliata nel merito (lo si scoprirà presto.. il PISA è sempre lì in agguato…) ma pur sempre un tentativo di cambiare davvero, in modo incisivo, il sistema scolastico.

La signora Schmied dimostra almeno di avere un’idea, un progetto sul futuro della scuola, prova a fornire uno strumento diverso dal “martello” per vedere se si riesce così anche a ristrutturare diversamente il problema, tenta di rompere gli schemi consolidati.

Perché una vera “riforma” dovrebbe includere qualche elemento rivoluzionario.

Ma in Italia non si potrebbe fare niente del genere, stretti come siamo tra il revisionismo della “buona vecchia e severa scuola dei contenuti”, tanto cara a Mastrocola e Israel (i quali hanno però a volte hanno buon gioco a demolire alcuni miti come quello ormai trito dei “nativi digitali” o dell’uso insensato delle tecnologie…) e il gretto punto di vista tremontiano secondo il quale l’educazione è soltanto una voce di costo da tagliare il più possibile.

Le sedicenti riforme, da noi, si fanno soltanto seguendo in minima parte il primo (ed è già tutto dire…) ma soprattutto in aderenza al secondo punto di vista: tagliare, ridurre, risparmiare!!

E, naturalmente, senza mai dimenticare la nostrana tradizione gattopardesca del “cambiare tutto per non cambiare nulla”.

Sempre e solo martello, per noi.

Ahiahiahi signor Watson, mi è caduto su Toronto!

Per noi bambini degli anni ‘60 e ‘70 il Rischiatutto era una trasmissione mitica.

Mike Bongiorno e le sue famose gaffe (che a volte noi non capivamo, ma gli adulti si divertivano tanto…), i concorrenti dalla memoria prodigiosa, già divi (uno di essi, Massimo Inardi, lo ricordo ancora!) ma con il viso e il fisico anonimo del nostro vicino di casa, la “valletta” vestitissima, l’implacabile signor NO, la sigla realizzata con la bella grafica “povera” che caratterizzava quell’epoca. Che nostalgia…

Ricordo benissimo anche il gioco da tavolo, con il tabellone, il cicalino e ..gli occhiali di Mike!!

In anni successivi ricordo anche di avere vagamente saputo che fosse la versione italiana di un telequiz americano.

Non sapevo però che l’originale americano, Jeopardy, andasse in onda ancora oggi!!

Tutto questo è divenuto di attualità dopo che, la scorsa settimana, Jeopardy ha avuto per la prima volta un concorrente non umano. Watson, un sistema di intelligenza artificiale prodotto da IBM ha infatti partecipato a due puntate speciali della trasmissione, scontrandosi con i due super-campioni americani e …vincendo!

La partecipazione di Watson è stata del tutto identica agli altri: le domande sono poste in linguaggio naturale ed è stato necessario dotare l’AI anche di un dispositivo robotico per consentirgli di …premere il pulsante Sorriso.

La IBM non è nuova a certi exploit, tutti ricordiamo Deep Blue, il primo supercomputer in grado di battere un campione del mondo di scacchi.

E Watson è probabilmente un notevole passo avanti della ricerca sull’intelligenza artificiale in uno dei settori più difficili come il riconoscimento del linguaggio naturale e, ovviamente, IBM intravede ovviamente già applicazioni commerciali anche se non rinuncia ad una certa enfasi retorica: il motto è infatti “Humans win”, a sottolineare come questa sia da un lato un risultato dell’ingegno umano e contemporaneamente una promessa per un ulteriore livello nell’uso dei computer in aiuto all’umanità.

L’approccio tuttavia sembra ancora quello della “forza bruta”: pare che  Watson giri su un mega-super-cluster di 90 server, con complessivi 32Terabyte di RAM (sì, tutta RAM, l’hard disk avrebbe avuto tempi di accesso troppo lenti, a Jeopardy-Rischiatutto bisogna anche essere veloci a premere il pulsante, do you remember?).

E’ però davvero curiosa la storia di una delle pochissime risposte sbagliate date da Watson in trasmissione. Nella categoria “città degli USA”, è stato chiesto “Qual è la città il cui aeroporto principale è intitolato ad un eroe della 2^ Guerra Mondiale e il secondo più grande ad una battaglia sempre della 2^ Guerra Mondiale?”

Il povero Watson ha risposto “Toronto”! E subito gli scienziati IBM si sono affannati a spiegare il motivo di questo grossolano errore che rende evidente come il muscolosissimo supercomputer, nonostante i suoi TB di memoria e il suo velocissimo pulsante elettronico conservi ancora sostanzialmente una candida e tenera incapacità cognitiva.

Infatti è probabile che anche un bambino delle elementari negli Stati Uniti sappia che Toronto è in Canada!

E-book per un figlio

Ho letto il bel libro di Mauro Sandrini Elogio degli e-book. Mi aspettavo l’ennesimo saggio su cosa è, cosa non è, cosa forse sarà il libro del presente e del futuro. Certo, questi temi sono anche presenti. Quello che però mi ha gradevolmente colpito è lo stile narrativo del libro, quasi un viaggio autobiografico dell’autore nel mondo dei libri, arricchito da incontri con una galleria di personaggi a vario titolo interessati alla tematica.

Mi sono riconosciuto nella figura dell’annusatore di libri nelle case degli amici, ma anche nell’annusato quando qualcuno viene a curiosare nella mia libreria.

Sono anche un un fresco, entusiasta, possessore di Kindle ma leggendo Sandrini e guardando le pareti di casa mia foderate di libri mi si è stretto il cuore.

Sì, perché non ci avevo pensato!

Non avevo riflettuto sul fatto che il libro cartaceo è un oggetto pubblico e aperto laddove il libro elettronico è invece privato, chiuso. Che ne sapete, cari amici, di quali libri ho sul mio Kindle? Per non parlare dei grotteschi sistemi di DRM che ancora ci perseguitano!

Con una certa angoscia mi chiedo dunque come faranno i nostri figli a farsi prestare quel libro che noi abbiamo potuto vedere casualmente ad una cena dai vicini, o a scoprire nuovi libri, addirittura a sapere che un libro esiste, se non avranno la possibilità di curiosare nelle librerie dei loro amici o di passeggiare tra gli scaffali di qualche libreria ben fornita.

Certo, i DRM prima o poi spariranno o  diventeranno qualcosa di ragionevole. Ci sono già social network (ad es. Anobii, Goodreads) e probabilmente nuovi ne nasceranno, magari più efficaci e specializzati, forse anche per salvare gli ebook dall’attuale innaturale segregazione.

Sarà sufficiente? Questo presente/futuro di alone together (rubo lo straordinario titolo del nuovo libro di Sherry Turkle che …è già sul mio Kindle… naturalmente Sorriso) sarà (è) altrettanto efficace?

E bravo Mauro, che pensa alla romantica figura della librante, rigorosamente donna, dolce e competente vestale della conoscenza, abile consigliera del futuro aspirante lettore! Ma ..sarà sufficiente? Sarà sostenibile? Esisterà veramente?

Se distolgo lo sguardo dallo schermo del PC, qui in casa, vedo quasi solo libri, e ne sono contento.

Ho potuto far crescere mio figlio in un ambiente letteralmente circondato da libri. Non so se ne avrà approfittato. Forse è anche presto per capirlo.

Temo però che suo figlio, forse, non avrà la stessa opportunità.

OER tra Creative Commons e SCORM. Magari anche da noi…

La notizia che il Dipartimento del Lavoro USA ha intenzione di stanziare due miliardi di dollari (circa 1,5 miliardi di euro; lo scrivo in cifre, così ci rendiamo conto meglio: $2.000.000.000) per lo sviluppo di contenuti digitali aperti per l’apprendimento è stata ripresa in questi giorni dai più popolari edu-blogger.

Nel dibattito online sono stati evidenziati soprattutto due aspetti peculiari di questa iniziativa, entrambi relativi a requisiti obbligatori che dovranno avere le risorse prodotte nell’ambito dei progetti finanziati da questo colossale grant.

Il primo, sul quale sembra esserci un generale apprezzamento, è la licenza: i contenuti dovranno imageessere tutti rilasciati con licenza Creative Commons – Attribuzione (CC-BY). Dunque, via tutti i paletti che limitano in vario modo il riutilizzo: sarà possibile prima di tutto modificare e riadattare i materiali (ad esempio tradurli, pratica impedita dalla clausola ND che campeggia in talune altre iniziative, anche nostrane); riusare questi materiali anche a scopo commerciale (di solito questo non è possibile, per via della clausola NC); e non sarà obbligatorio perpetuare lo stesso tipo di licenza con eventuali prodotti derivati (come imposto dalla diffusa clausola SA). Sarà sufficiente conservare l’attribuzione, ovvero citare l’autore originale.  Sono certo che il mio amico David Wiley (con molti altri..) è entusiasta di questa decisione (anche perché l’ha scritto lui stesso.. Occhiolino).

Il secondo aspetto riguarda il formato: le autorità USA hanno stabilito che tutti i contenuti prodotti grazie al finanziamento dovranno essere distribuiti esclusivamente in formato SCORM.

Le reazioni negative si sono concentrate in particolare su questo secondo punto. A molti è sembrato un passo indietro. Pare davvero strano che si voglia riesumare in qualche modo SCORM, uno standard (animagezi una “specifica”) molto diffuso (e altrettanto criticato) da anni, ma irrimediabilmente legato al “vecchio” e-learning, quello basato sul paradigma single-learner, self-paced e fortemente ancorato ai sistemi LMS, le famigerate piattaforme e-learning oggi sempre più messe in discussione dall’emergere delle nuove (ormai neanche più tanto..) modalità di interazione offerte dalla rete (PLE, dispositivi mobili, social software, ecc.).

Chi volesse saperne di più sulla discussione in corso può seguire due/tre link “chiave”: i contributi di Downes, Rob Abel, Michael Feldstein.

Sicuramente questo aspetto lascia molto perplesso anche me. Tuttavia, la mia riflessione principale è però un’altra, ancora una volta ispirata dal sempre più impossibile confronto con la ben più amara realtà, basata su tagli e mancati investimenti.

Sinteticamente: cari americani, beati voi! Visto che potete permettervi di stare a discutere se un formato è meglio di un altro. Qui, siamo costretti a parlare di ben altro…

Apriamo le porte!

“Come è andata oggi a scuola?” “Bene!”

“Cosa avete fatto?” “Mah.. niente!”

Se riconoscete questo dialogo avete probabilmente almeno un figlio adolescente.

Siamo infatti nello stereotipo consolidato dei rapporti scuola-famiglia, tra reticenze dei figli ed estenuanti maratone di oceanici “colloqui pomeridiani” oppure incursioni semi-clandestine (a seconda della possibilità di avere o meno permessi al lavoro…) durante le ore di ricevimento dei professori al mattino.

Colloqui che consistono in brevi scambi di battute che si risolvono spesso in comunicazioni “numeriche” (“nell’ultimo compito ha preso X”, “l’ho interrogato proprio ieri e ha preso Y, non glielo ha detto?”).

Certo, alle famiglie di solito tutto questo basta e avanza. Rimane però almeno un pochino la curiosità di sapere “cosa hanno fatto oggi a scuola"…

Ed è più di una curiosità.

Non sono infatti soltanto le famiglie ad essere interessate a cosa si fa a scuola e più specificamente a conoscere se e cosa i ragazzi imparino e se i loro docenti e la scuola nel complesso siano adeguati al compito di insegnare.

La società sembra avere un certo interesse nella valutazione del sistema scolastico. Un interesse oggi crescente, stando all’incessante bombardamento di statistiche sull’argomento. Sigle come INVALSI e PISA  sono ormai conosciute a tutti…

In un recente articolo, Giorgio Israel critica giustamente questo approccio statistico alla valutazione e sostiene che

l’unica cosa sensata e utile non sono queste statistiche, bensì una valutazione capillare dei singoli istituti scolastici e anche dei singoli insegnanti

Il problema, naturalmente, è COME attuare questa valutazione capillare, la quale, ripeto, sembra anche a me un metodo decisamente migliore e più interessante.

Le attuali proposte, basate su test per la scuola in generale e su commissioni di valutazione interne per i singoli docenti, non convincono nessuno (nemmeno Israel, probabilmente neanche chi le ha lanciate!).

E, per carità, lasciamo perdere la soluzione proposta nell’articolo di Israel (peccato, aveva cominciato così bene, è franato alla fine… Sorriso): ispezioni? Fatte da insegnanti in pensione?? Capillarmente in ogni scuola??? Assurdo!!!

Come fare, allora?

Ecco, è qui che si potrebbe riallacciare la domanda iniziale (“cosa avete fatto oggi a scuola?”) con una ipotesi basata, molto semplicemente, sul concetto di apertura.

Mi chiedo: se tutti, famiglie, potenziali alunni, dirigenti, diciamo (con parola “moderna”) tutti gli stakeholder avessero la possibilità di capire un po’ meglio di quanto sia possibile fare oggi (praticamente ..zero!) cosa accade tra quelle quattro mura, dietro quelle porte chiuse, questo non sarebbe implicitamente un sistema di valutazione? O almeno un inizio?

Come si fa, ad “aprire le porte”?

La tecnologia può aiutare molto. Qualche esempio: rendiamo accessibile sul web tutta la documentazione didattica, dai piani di lavoro ai registri personali. Non certo nella forma attuale (a nessuno interessa la burocrazia!), usiamo piuttosto sistemi di condivisione documenti, sperimentiamo il micro-blogging come Twitter per “raccontare” cosa si sta facendo. Incoraggiamo i docenti a realizzare blog personali e di classe, dai quali possa emergere l’attività quotidiana. Usiamo i social network per conoscerci meglio. Raccogliamo in modo organico appunti, dispense, materiali, lavori vari prodotti da insegnanti e studenti. Realizziamo un portfolio del singolo docente, della classe, della scuola. Facciamo video di lezioni, registriamo audio e…. pubblichiamo, pubblichiamo, pubblichiamo!

Facciamo sì che non sia l’occhio di dirigenti, ispettori e “commissioni” varie (spesso deformato da lenti non del tutto trasparenti…) ad accostarsi al buco della serratura delle nostre classi.

Spalanchiamo invece le porte e lasciamo che tutti possano vedere “cosa si fa a scuola”, che ad esempio le famiglie possano “valutare” autonomamente e scegliere sulla base di qualcosa di veramente oggettivo (altroché test…). E alla fine si potrebbe anche trovare qualche metodo premiale, anche se non credo che tutto sommato sia il punto più importante.

L’apertura implica sempre un miglioramento: se devo esporre il mio lavoro, beh, probabilmente mi sento motivato a farlo meglio! Perché l’obiettivo poi qual è, se non migliorare i livelli di apprendimento e la qualità dell’insegnamento?

Alt. Sento già le prime obiezioni: ma non tutti i docenti sono in grado di.., ma il sistema scolastico non permette…., così si rischia di premiare solo gli smanettoni…, e dovremmo accollarci un altro enorme carico di lavoro per quella miseria di stipendio…

Sicuramente sono critiche sensate, tuttavia mi chiedo se non sia venuto il momento di cambiare davvero qualcosa, in modo radicale e deciso.

Non si può dire soltanto e sempre NO.

Natale 2010


Auguri vecchi amici Buone Feste, vi ho sempre amato molto e non lo dissi vorrei vedere un mondo senza ladri politicanti preti e pregiudizi

Pierangelo Bertoli - 1984

La dimensione umana

Un’amica pensa che la scuola sia un luogo dove non si sa insegnare, nel quale si ha paura dell’autonomia di pensiero e in cui regna il disinteresse verso lo sviluppo del potenziale intellettuale, oltre che della dimensione umana della persona.
Non sono riuscito a darle torto.
In particolare mi ha colpito il punto del disinteresse verso la dimensione umana, che credo sia un elemento chiave per comprendere tanti fallimenti scolastici.
Poco prima di questo scambio di idee, a scuola mi era capitato di discutere con un ragazzo. Ebbene, ripensando a questo “elemento umano”, credo di essermi comportato bene. Sostanzialmente c’era un “problema da risolvere” e probabilmente il modo più semplice per risolverlo sarebbe stato attribuire per intero la responsabilità allo studente. Direi addirittura che lui stesso se lo aspettava, in fin dei conti è così che si regolano molti “problemi”, a scuola. L’insegnante, per default, ha ragione. Punto (salvo poi maledizioni in privato, ovviamente..). In questo caso invece abbiamo ragionato e trovato una soluzione soddisfacente per entrambi. Tra l’altro il problema secondo me non era neanche del tutto colpa sua, glielo ho anche detto e penso di aver fatto bene. Non mi sento affatto “sminuito”, anzi! Sono contento di aver dato vita ad un colloquio sostanzialmente “alla pari”.
Certo, è un episodio isolato e forse anche casuale, mi rendo conto anch’io che forse per mancanza di tempo e anche a volte …di energie, trattiamo spesso i ragazzi in modo superficiale e sostanzialmente autoritario.

Del resto, la scuola è fortemente orientata agli standard (temo che difficilmente si potrà cambiare questa impostazione, credo, neanche nel medio termine…) e gli standard inevitabilmente tendono alla massificazione e alla mortificazione dell’individuo che, per mille motivi diversi, non ci si ritrova o non si adegua.

La “distribuzione normale” (secondo una curva a campana) delle valutazioni scolastiche è talmente radicata da essere divenuta una sorta di profezia autoavverante.
Purtroppo però per alcuni ragazzi il cattivo giudizio della scuola diventa un fallimento personale, un giudizio di valore negativo dato alla persona e non limitato al contesto scolastico.
Ecco, questo bisognerebbe proprio evitarlo!

Sarebbe meglio ricordare che la scuola è soltanto una parte della vita dei nostri ragazzi (studenti e.. figli!). E’ certamente una parte importante ma non è tutto. E il rendimento e l’atteggiamento scolastico non forniscono una rappresentazione fedele della personalità dell’allievo.

Quante volte quell’allievo immaturo, svogliato e "senza palle” in un’aula scolastica, è  invece un tenace atleta in un campo sportivo o un brillante e serio musicista su di un palco?

Il link è riferito ad una recente nota di Mario Agati che ha riproposto lo stesso tema e ha dato vita ad una discussione anche aspra. Caro Mario, capisco perfettamente e condivido la tua posizione, ma quanto mi ha colpito il commento di Maria Francesca!!!

“Si limiti a giudicare le mie prestazioni scolastiche, ad essere professore a scuola e non con le nostre vite”

Scuola: l’innovazione impossibile

Si è nuovamente acceso il dibattito sulle tecnologie nella scuola.

Partendo da riflessioni sulle LIM, un post di Rivoltella, una nota in Facebook di Rabbone, prontamente ripresi da Marconato, e ..la discussione può partire!

In questa discussione leggo stamane un commento di Eleonora:

molti degli insegnanti che non usano le tecnologie non lo fanno perché è faticoso

e mi accorgo di non essere d’accordo!

Certo, io stesso mi sono "scagliato" contro quello che chiamo ironicamente "snobismo anti-tecnologico" di alcuni colleghi. E’ vero, molti di essi, come ho detto in un recente post, possono permettersi di ignorare la tecnologia, "privilegio" che ad altre categorie di lavoratori è precluso.
Ma perché accade questo? Forse gli insegnanti sono più pigri degli altri, o ancora più "fannulloni" di quanto un’ormai triste vulgata vuol far credere?
Non credo proprio!
Il punto (ottimamente evidenziato nella nota di Alessandro Rabbone) è che il setting organizzativo della scuola è strutturato in modo tale da respingere piuttosto che accogliere l’innovazione (di qualunque tipo, non solo tecnologica!!).
La cultura organizzativa del sistema scuola, che si traduce poi in quelle micro-azioni di qui parla Alessandro, NON consente "distrazioni".
Quella ventina di annoiati di cui parla Eleonora (anche se oggi sono più spesso una trentina…) sono lì per essere "trattati" (qualcuno direbbe.. stirati..) secondo un immutato processo che prevede riti e liturgie sostanzialmente e intrinsecamente anti-innovative.
Pertanto, le tecnologie nella scuola probabilmente non hanno mai inciso perché 1) non si innestano bene nel sistema esistente e 2) non hanno la forza (o la possibilità) di cambiarlo!

Almeno …per il momento…  Sorriso

Open Education: sogno e realtà

Qualche mese fa scrivevo a proposito dell’iniziativa del Washington State Board for Community & Technical Colleges, il quale offriva un posto per OPEN EDUCATION PROJECT MANAGER.

La mia riflessione era su due piani: da un lato la meraviglia di vedere un’istituzione pubblica investire nell’Open Education!

Ma si vede che negli USA tutto sommato il "pubblico" sa fare il suo mestiere. Perché, insomma, non sarebbe un dovere delle istituzioni educative pubbliche aderire (senza tanti se e ma..) all’opzione Open? Io credo di sì!

Il secondo motivo di stupore era relativo alla procedura di selezione e ai requisiti richiesti ai candidati. Tutto lineare, logico e trasparente, lontano anni-luce dai nostri bizantini concorsi e dalle loro spesso bizzarre regole di valutazione.

La meraviglia si è completata recentemente con la notizia che (chissà, forse anche grazie a questa "innovativa" procedura?) il posto è stato assegnato ad una persona che secondo me realmente merita quell’incarico, un autentico esperto del campo.

Un collega che conosco personalmente Sorriso! Sono certo che il mio amico Tom saprà svolgere il suo compito in modo davvero eccellente!

Good luck Tom with this new job, I wish you lots of success!!

E sono davvero contento, perché in qualche modo mi sembra di partecipare anch’io a questa iniziativa, sognando magari che presto o tardi possa esserci un’occasione simile per qualcuno, qui in Italia.

E credo anche che un sogno come questo abbia anche maggiore valore, in una giornata come oggi.




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