E-learning

MITx

Il MIT rilancia.

A dieci anni dal lancio dell’Open Course Ware, l’iniziativa che ha praticamente dato il via al movimento delle Open Educational Resources, il prestigioso ateneo tecnologico americano  si appresta a compiere un altro passo destinato nuovamente a lasciare il segno nel panorama dell’apprendimento online.

In realtà, le risorse educative online ormai abbondano, sicuramente a livello quantitativo, ma ve ne sono anche molte di alta qualità, utilizzabili sia direttamente dagli studenti che da docenti che vogliano farne la base dei propri materiali di lavoro.

Inoltre, negli anni il concetto di “risorsa” è anche progressivamente mutato, superando la modalità puramente erogativa e includendo veri e propri corsi interattivi e collaborativi, come ben testimoniato dall’esperienza ormai consolidata dei MOOC e dalle ultime proposte dell’Università di Stanford.

A tutte queste iniziative è però sempre mancata (salvo rare eccezioni…) la fase certificativa finale per cui l’apprendimento basato sulle OER sembrava inesorabilmente relegato nell’ambito dell’educazione informale e non-formale.

Il progetto MITx promette ora di superare anche questo limite, dal momento che offrirà prossimamente corsi completi gestiti dal MIT, inclusa la certificazione finale degli apprendimenti:

it will offer the online teaching of MIT courses to people around the world and the opportunity for able learners to gain certification of mastery of MIT material

Davvero si potrà quindi ottenere una laurea del MIT, interamente online, gratuitamente e senza superare la durissima selezione in entrata degli studenti?

NO! I responsabili hanno già precisato che la certificazione finale sarà emessa (dietro pagamento di una piccola cifra) da un’istituzione parallela, che avrà anche una denominazione diversa, non confondibile con il MIT.

Certo, siamo ancora alla fase dell’annuncio, dal momento che MITx dovrebbe partire nel 2012, ma certamente ne risentiremo parlare.

La differenza tra formale e informale potrebbe diventare davvero minima, fra non molto.

Peccato che, come al solito, in Italia abbiamo tutti altro a cui pensare…

Barcamp sulla scuola al Congresso SIe-L 2011

imageIl Congresso SIe-L 2011, che si terrà a Reggio Emilia dal 14 al 16 prossimi si contraddistingue per diversi elementi innovativi, tra cui le web conference (ne ho coordinata una davvero bella a luglio) e i barcamp.

I barcamp sono luoghi di discussione informali, momenti di condivisione tematici nati un po’ in contrapposizione con i tradizionali congressi accademici, dove di solito si assiste ad una rigida divisione dei ruoli: i relatori da una parte e il pubblico dall’altra.

Nei barcamp non ci sono ruoli separati: relatori e pubblico si confondono e si mescolano, chiunque può proporre una presentazione o uno spunto di discussione.

Con l’amico Gianni Marconato, sarò tra i coordinatori del barcamp dedicato al mondo della scuola, che si terrà nel pomeriggio  del 15 settembre, nel quale vorremmo proporre come tema principale la riflessione critica sulle pratiche di didattica con le tecnologie.

Cari amici insegnanti, siete tutti invitati a partecipare! L’iscrizione è gratuita e c’è anche l’esonero ministeriale!

Questi i link per: ulteriori informazioni sui temi del barcamp  (salvo ulteriori proposte, sempre bene accette), discussione preliminare e prenotazione degli interventi.

News dell’ultimissimo minuto: chi non potesse partecipare in presenza il 15 ma volesse comunque dare il suo contributo, può farlo attraverso un breve (max 10 minuti) intervento video registrato in precedenza, a cura dello staff tecnico dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Prenotatevi sul forum!

Corsi Open Online: si fa sul serio?

imageNeanche tre anni fa l’amico David Wiley veniva criticato (quasi irriso…) per “non avere chiesto il permesso” alla sua Università prima di rilasciare il certificato di frequenza del corso Intro Open Ed 2007.

L’autore dell’articolo, apparso sul prestigioso Chronicle of Higher Education si chiedeva:

Who needs college credit when you have a makeshift diploma from a superstar professor?

Strana nemesi: nello stesso articolo si trovano infatti sia un accenno all’allora imminente CCK08 di Siemens e Downes, per il quale sarà introdotto per la prima volta il termine MOOC (Massive Open Online Course, ora c’è anche la voce su Wikipedia, con una citazione del mio articolo! Sorriso), sia un riferimento all’istituzione protagonista dell’iniziativa oggetto di questo post!

Sembravano stravaganze di accademici idealisti, invece ora per la prima volta una Università, non un eccentrico professore, offre un corso open online di tipo “massivo” per il quale sarà prevista una certificazione.

E non si tratta di qualche oscuro ateneo di provincia: l’Università di Stanford, dopo aver varato un’iniziativa OER più tradizionale, propone ora un vero salto di qualità per la cosiddetta DIY (Do-It-Yourself) Education.

Il corso Introduction to Artificial Intelligence offerto da Stanford segna un passaggio importante per la Open Education e si caratterizza per diversi punti innovativi, rispetto ai precedenti MOOC:

  • si tratta di un corso molto impegnativo, che richiede pre-conoscenze di tipo matematico non banali. E’ un corso scientifico “duro”, a differenza dei precedenti, molto più accessibili. In qualche modo, si può dire che con questo MOOC… si fa sul serio, “astenersi perditempo”!
  • è previsto un vero e proprio libro di testo, laddove i precedenti si basavano su risorse aperte online oltre che su un modello didattico molto meno tradizionale. Gli autori del libro sono i docenti del corso… Occhiolino e il volume costa circa $150! Chissà, forse un modello di sostenibilità? “OK, segui gratis il corso però acquisti il libro”?
  • è prevista una vera e propria valutazione degli apprendimenti anche per i partecipanti online, identica a quella degli studenti in presenza;
  • si nota una certa attenzione verso gli studenti non di madrelingua inglese (saranno probabilmente resi disponibili i testi scritti delle lezioni);
  • se è vero che anche questa volta i corsisti online NON otterranno un vero diploma dell’Università di Stanford,  tuttavia avranno la possibilità di misurarsi con i criteri di valutazione di quella prestigiosa istituzione, e riceveranno comunque una

letter of completion from the instructors which will include information on how well you did

Qualcosa in più del “certificato fatto in casa” di David (che io comunque conservo ed esibisco con orgoglio). E, a quanto pare, senza “scandalo”, questa volta!

I tempi stanno davvero cambiando? Forse, ma non necessariamente in meglio, secondo alcuni..

Tradurre la Khan Academy

La Khan Academy è uno straordinario progetto di OER, originato non da qualche prestigiosa università ma da un singolo individuo, Salman Khan, un ingegnere americano di origini bengalesi, il quale nel 2006 ha iniziato a produrre video didattici, realizzati con una tecnica che più semplice non si può. I video di Khan sono tutti disponibili su YouTube, di cui rispettano i limiti di durata tipici (max 10/15 minuti); ognuno ha un preciso e limitato obiettivo didattico e consiste in una minilezione con la voce del docente il quale utilizza una “lavagna” costituita da uno sfondo nero su cui disegnare tramite una tavoletta grafica. Niente Powerpoint nè Flash, solo il vecchio buon Paint!

A distanza di cinque anni, la Khan Academy è oggi una fondazione che sta ricevendo attenzioni da parte di colossi come Google e personaggi come Bill Gates (pare che i figli utilizzino i filmati di Khan come risorsa per i compiti a casa..). Ad oggi l’Academy offre più di 2000 video didattici, soprattutto di matematica ma anche di fisica, chimica, scienze, economia e altre materie, oltre ad un crescente numero di esercizi interattivi. Tutti costruiti da un team che si è allargato ..ma non troppo: sono infatti in otto!

Si tratta di una biblioteca di risorse decisamente interessanti, soprattutto nell’ottica dello studio individuale o del recupero.

La nuova frontiera per Salman e soci è però la traduzione in diverse lingue: dapprima attraverso un appello a contribuire e ultimamente con una modalità molto più social, ovvero l’integrazione con Universal Subtitles, un servizio di sottotitolatura che oltrepassa i limiti di DotSub e agisce direttamente come un addon dei principali siti di condivisione video (YouTube, Vimeo, blip.tv e altri).

In pratica ogni singolo filmato della Khan Academy può essere oggi sottotitolato in qualsiasi lingua, a cura di chiunque. Visualizzando il filmato dal sito dell’Academy o direttamente da YouTube è infatti presente, in basso a sinistra,  il pulsante di Universal Subtitles che consente di aggiungere una nuova traduzione o modificare una già esistente.

Chissà se qualche insegnante di matematica (visto che è la materia principale dell’Academy, nonché il cruccio di moltissimi studenti.. Sorriso) avrà voglia e tempo di sottotitolare qualche lezione… Certo, potrebbe farlo chiunque, ma una traduzione efficace necessita ovviamente di competenze disciplinari, oltre che linguistiche.

OER tra Creative Commons e SCORM. Magari anche da noi…

La notizia che il Dipartimento del Lavoro USA ha intenzione di stanziare due miliardi di dollari (circa 1,5 miliardi di euro; lo scrivo in cifre, così ci rendiamo conto meglio: $2.000.000.000) per lo sviluppo di contenuti digitali aperti per l’apprendimento è stata ripresa in questi giorni dai più popolari edu-blogger.

Nel dibattito online sono stati evidenziati soprattutto due aspetti peculiari di questa iniziativa, entrambi relativi a requisiti obbligatori che dovranno avere le risorse prodotte nell’ambito dei progetti finanziati da questo colossale grant.

Il primo, sul quale sembra esserci un generale apprezzamento, è la licenza: i contenuti dovranno imageessere tutti rilasciati con licenza Creative Commons – Attribuzione (CC-BY). Dunque, via tutti i paletti che limitano in vario modo il riutilizzo: sarà possibile prima di tutto modificare e riadattare i materiali (ad esempio tradurli, pratica impedita dalla clausola ND che campeggia in talune altre iniziative, anche nostrane); riusare questi materiali anche a scopo commerciale (di solito questo non è possibile, per via della clausola NC); e non sarà obbligatorio perpetuare lo stesso tipo di licenza con eventuali prodotti derivati (come imposto dalla diffusa clausola SA). Sarà sufficiente conservare l’attribuzione, ovvero citare l’autore originale.  Sono certo che il mio amico David Wiley (con molti altri..) è entusiasta di questa decisione (anche perché l’ha scritto lui stesso.. Occhiolino).

Il secondo aspetto riguarda il formato: le autorità USA hanno stabilito che tutti i contenuti prodotti grazie al finanziamento dovranno essere distribuiti esclusivamente in formato SCORM.

Le reazioni negative si sono concentrate in particolare su questo secondo punto. A molti è sembrato un passo indietro. Pare davvero strano che si voglia riesumare in qualche modo SCORM, uno standard (animagezi una “specifica”) molto diffuso (e altrettanto criticato) da anni, ma irrimediabilmente legato al “vecchio” e-learning, quello basato sul paradigma single-learner, self-paced e fortemente ancorato ai sistemi LMS, le famigerate piattaforme e-learning oggi sempre più messe in discussione dall’emergere delle nuove (ormai neanche più tanto..) modalità di interazione offerte dalla rete (PLE, dispositivi mobili, social software, ecc.).

Chi volesse saperne di più sulla discussione in corso può seguire due/tre link “chiave”: i contributi di Downes, Rob Abel, Michael Feldstein.

Sicuramente questo aspetto lascia molto perplesso anche me. Tuttavia, la mia riflessione principale è però un’altra, ancora una volta ispirata dal sempre più impossibile confronto con la ben più amara realtà, basata su tagli e mancati investimenti.

Sinteticamente: cari americani, beati voi! Visto che potete permettervi di stare a discutere se un formato è meglio di un altro. Qui, siamo costretti a parlare di ben altro…

Open Education: sogno e realtà

Qualche mese fa scrivevo a proposito dell’iniziativa del Washington State Board for Community & Technical Colleges, il quale offriva un posto per OPEN EDUCATION PROJECT MANAGER.

La mia riflessione era su due piani: da un lato la meraviglia di vedere un’istituzione pubblica investire nell’Open Education!

Ma si vede che negli USA tutto sommato il "pubblico" sa fare il suo mestiere. Perché, insomma, non sarebbe un dovere delle istituzioni educative pubbliche aderire (senza tanti se e ma..) all’opzione Open? Io credo di sì!

Il secondo motivo di stupore era relativo alla procedura di selezione e ai requisiti richiesti ai candidati. Tutto lineare, logico e trasparente, lontano anni-luce dai nostri bizantini concorsi e dalle loro spesso bizzarre regole di valutazione.

La meraviglia si è completata recentemente con la notizia che (chissà, forse anche grazie a questa "innovativa" procedura?) il posto è stato assegnato ad una persona che secondo me realmente merita quell’incarico, un autentico esperto del campo.

Un collega che conosco personalmente Sorriso! Sono certo che il mio amico Tom saprà svolgere il suo compito in modo davvero eccellente!

Good luck Tom with this new job, I wish you lots of success!!

E sono davvero contento, perché in qualche modo mi sembra di partecipare anch’io a questa iniziativa, sognando magari che presto o tardi possa esserci un’occasione simile per qualcuno, qui in Italia.

E credo anche che un sogno come questo abbia anche maggiore valore, in una giornata come oggi.

Learning object e carrozze a motore

Pare che ultimamente i convegni sulle tecnologie per l’educazione vadano quasi deserti.
Sono diventati autocelebrativi, dice qualcuno, sono ormai solo una vetrina autoreferenziale (ma non lo sono sempre stati?).
Non sarà invece, più semplicemente, che la “base” si é stancata o, meglio, si è evoluta?
Non sarà che gli insegnanti hanno cominciato a capire che l’innovazione costruita su tecnologie sempre “nuove”, su contenuti pre-confezionati sempre più multimediali, su dispositivi sempre più “coinvolgenti” non modifica affatto il loro lavoro e non ha impatto reale sui loro studenti?
Se così fosse, allora non sarebbe una notizia negativa il fatto che essi abbiano cominciato a disertare manifestazioni che via via si sono andate distinguendo spesso solo per l’ampiezza e la colorata varietà dell’area espositiva.
Certo, permangono sacche di criticità (ah… lo snobismo…) accanto alle quali però vedo emergere una nuova consapevolezza.
La consapevolezza che i contenuti non sono poi così interessanti e importanti, soprattutto se sono costituiti da pacchetti chiusi, a pagamento, non modificabili.
La consapevolezza che è più divertente, utile, soddisfacente e formativo provare a costruirli, i contenuti, coinvolgendo gli alunni e provando anche a condividerli.
La consapevolezza che “si può fare”, che non è poi così difficile!
La consapevolezza che i colossali libri di testo patinati e colorati hanno i giorni contati, perché nuove possibilità si stanno aprendo.
Nel mio piccolo, sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’immediato successo della semplice proposta che ho portato quest’anno nella mia scuola, relativa all’uso delle Google Apps Education (iniziativa a costo zero, ci tengo a sottolinearlo…). Dopo poche settimane non posso fare un passo in corridoio senza che qualche collega mi chieda un’informazione o proponga un’idea di come usare questa o quella applicazione!
Lo so, sono applicazioni di base, forse banali,  come la posta elettronica, la creazione e la condivisione di documenti, un calendario personale, la possibilità di creare qualche pagina web per un progetto, una classe, una sede staccata, un gruppo disciplinare, il giornalino di istituto.
Ma danno la possibilità a chi vuole (certo, lo so, c’è anche chi non vuole…) di iniziare ad essere protagonista attivo della tecnologia e della rete, partendo proprio da applicazioni di base.
Ma avevo già notato questa energia seguendo il lavoro delle bravissime insegnanti di un progetto Innovascuola, (“Amelis”), supervisionato da LTE, nel quale non è stato “acquistato” neanche un byte di materiali digitali. Le maestre e i maestri, spesso con i loro bambini, hanno prodotto i contenuti, ben cento “oggetti” aperti, che tra poche settimane saranno disponibili. Non so se qualcuno li riutilizzerà, ma non è così importante. Perché è uno di quei casi in cui è il viaggio che conta, non la meta. O forse altri colleghi li useranno come base, li modificheranno, li stravolgeranno. Sarebbe stupendo, perché (ri)usare non significa rivedere cento volte un’animazione già pronta, ma rimescolare, aggiungere, tagliare, ricreare, strizzando l’occhio a qualche buon vecchio maestro come Dewey e Freinet Sorrisoe seguendo la strada aperta dai grandi progetti OER internazionali e da altri, più piccoli ma non meno visionari e significativi, realizzati in ambito nazionale/europeo, come SLOOP.
E allora mi piace pensare che gli insegnanti, forse anche perché disillusi dalla sequela di  roboanti quanto poco incisive iniziative ministerial-commerciali in tema di innovazione (come dimenticare il digital marketplace e i voucher di DigiScuola?), abbiano oggi soprattutto voglia di lavorare “in proprio”, di essere soggetti attivi, autori iimagendipendenti di contenuti aperti, piuttosto che contrattisti di editori privati o acquirenti nel mercato multimediale.
La rete rende possibile tutto questo e mi chiedo sinceramente perché il denaro pubblico debba essere utilizzato per alimentare realtà private (grandi o piccole poco importa…) invece che essere impiegato per incentivare e supportare progetti di produzione di contenuti aperti all’interno del sistema scolastico stesso, ad esempio retribuendo direttamente (e in modo adeguato!) docenti disponibili alla redazione, alla verifica, alla revisione di contenuti aperti auto-prodotti. Tali progetti sono gli unici che possono realmente esplicitare e rimettere in circolo tutta la conoscenza che è ora spesso nascosta, oltre che privatizzata sotto forma di costosi libri di testo e oggi anche di materiali multimediali.
La rete, alla lunga,  implica apertura, è bene ricordarlo. E l’innovazione (quella vera) passa e passerà attraverso l’apertura, inutile opporsi. I cataloghi di learning object  chiusi e a pagamento, anche se di squisita fattura multimediale e sapiente progettazione didattica, non sono vera innovazione, almeno non più di quanto non lo siano state per l’evoluzione della mobilità umana le prime “carrozze a motore”, veicoli certamente legati molto più al passato che al futuro.

Master “Metodi e Tecnologie per l’e-learning” 2010-2011

Un importante traguardo per il “nostro” (LTE) Master in e-learning: l’edizione 2010-2011 sarà la DECIMA!

In questo settore, se non è un record assoluto, è comunque sicuramente un risultato di grande rilievo.

Per quest’anno, sono previsti approfondimenti specifici su ambienti 3D, mobile learning, LIM ed e-book.

Tutte le info sul sito www.netform.unifi.it.

Comunicato online.

imageDepliant.

Depliant 2010

Convegno conclusivo del progetto Ensemble

Il prossimo 6 ottobre, una giornata tra Firenze e Prato per il Convegno conclusivo del progetto Ensemble, al quale ho partecipato, anche se un po’ ..nell’ombra, ma presente fin dall’ideazione 🙂

Al mattino, un incontro presso la Facoltà di Scienze della Formazione con Ben Bachmair (Università di Kassel), uno dei massimi esperti mondiali di mobile learning (e ci sarò anch’io..):

image

Nel pomeriggio a Prato, con la partecipazione degli insegnanti e degli alunni che hanno sperimentato le applicazioni didattiche mobili proposte dal progetto:

 

image

Open Education: un’occasione di lavoro

La Open Education non è solo uno slogan per eccentrici, ottimisti visionari, ma può essere anche un’occasione di lavoro.

Esiste infatti un ente pubblico che offre una posizione per OPEN EDUCATION PROJECT MANAGER ed è disposto a pagare ben $60.000 annui per assicurarsi qualcuno in grado di fornire

active leadership and expertise in managing open education projects

Tranquilli, il prezioso denaro pubblico italico non è coinvolto in questo folle progetto: lo sconsiderato ente non si trova dalle nostre parti, ma sulle rive dell’Oceano Pacifico, è il Washington State Board for Community & Technical Colleges.

Naturalmente per ottenere questo posto non si svolgerà alcun concorso, concetto peraltro praticamente sconosciuto da quelle parti. Basterà inviare una domandina, anche via email o via fax (niente "raccomandata"!! :-)).

E non serviranno neanche chilometrici elenchi di titoli di studio. Si accontentano di

A combination of education and experience equivalent to a bachelor’s degree

(notare la formulazione: non "laurea in…" ma "combinazione di istruzione ed esperienza equivalente a …").

Certo, ci anche sono molti altri requisiti. Si dovrà dimostrare, tra l’altro, di possedere un

A background in managing online community mechanisms, such as wikis, blogs, social networking applications, discussion lists

Chi fosse interessato, legga per bene l’intera documentazione e non dimentichi di allegare alla domanda

Links to your online activities (e.g., projects, blogs, wikis, videos, slideshare, twitter, etc.)

Ma che lo dico a fare, è una normale prassi anche qui da noi, no?

Ah.. no?




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