Archivio per novembre, 2010

Open Education: sogno e realtà

Qualche mese fa scrivevo a proposito dell’iniziativa del Washington State Board for Community & Technical Colleges, il quale offriva un posto per OPEN EDUCATION PROJECT MANAGER.

La mia riflessione era su due piani: da un lato la meraviglia di vedere un’istituzione pubblica investire nell’Open Education!

Ma si vede che negli USA tutto sommato il "pubblico" sa fare il suo mestiere. Perché, insomma, non sarebbe un dovere delle istituzioni educative pubbliche aderire (senza tanti se e ma..) all’opzione Open? Io credo di sì!

Il secondo motivo di stupore era relativo alla procedura di selezione e ai requisiti richiesti ai candidati. Tutto lineare, logico e trasparente, lontano anni-luce dai nostri bizantini concorsi e dalle loro spesso bizzarre regole di valutazione.

La meraviglia si è completata recentemente con la notizia che (chissà, forse anche grazie a questa "innovativa" procedura?) il posto è stato assegnato ad una persona che secondo me realmente merita quell’incarico, un autentico esperto del campo.

Un collega che conosco personalmente Sorriso! Sono certo che il mio amico Tom saprà svolgere il suo compito in modo davvero eccellente!

Good luck Tom with this new job, I wish you lots of success!!

E sono davvero contento, perché in qualche modo mi sembra di partecipare anch’io a questa iniziativa, sognando magari che presto o tardi possa esserci un’occasione simile per qualcuno, qui in Italia.

E credo anche che un sogno come questo abbia anche maggiore valore, in una giornata come oggi.

Learning object e carrozze a motore

Pare che ultimamente i convegni sulle tecnologie per l’educazione vadano quasi deserti.
Sono diventati autocelebrativi, dice qualcuno, sono ormai solo una vetrina autoreferenziale (ma non lo sono sempre stati?).
Non sarà invece, più semplicemente, che la “base” si é stancata o, meglio, si è evoluta?
Non sarà che gli insegnanti hanno cominciato a capire che l’innovazione costruita su tecnologie sempre “nuove”, su contenuti pre-confezionati sempre più multimediali, su dispositivi sempre più “coinvolgenti” non modifica affatto il loro lavoro e non ha impatto reale sui loro studenti?
Se così fosse, allora non sarebbe una notizia negativa il fatto che essi abbiano cominciato a disertare manifestazioni che via via si sono andate distinguendo spesso solo per l’ampiezza e la colorata varietà dell’area espositiva.
Certo, permangono sacche di criticità (ah… lo snobismo…) accanto alle quali però vedo emergere una nuova consapevolezza.
La consapevolezza che i contenuti non sono poi così interessanti e importanti, soprattutto se sono costituiti da pacchetti chiusi, a pagamento, non modificabili.
La consapevolezza che è più divertente, utile, soddisfacente e formativo provare a costruirli, i contenuti, coinvolgendo gli alunni e provando anche a condividerli.
La consapevolezza che “si può fare”, che non è poi così difficile!
La consapevolezza che i colossali libri di testo patinati e colorati hanno i giorni contati, perché nuove possibilità si stanno aprendo.
Nel mio piccolo, sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’immediato successo della semplice proposta che ho portato quest’anno nella mia scuola, relativa all’uso delle Google Apps Education (iniziativa a costo zero, ci tengo a sottolinearlo…). Dopo poche settimane non posso fare un passo in corridoio senza che qualche collega mi chieda un’informazione o proponga un’idea di come usare questa o quella applicazione!
Lo so, sono applicazioni di base, forse banali,  come la posta elettronica, la creazione e la condivisione di documenti, un calendario personale, la possibilità di creare qualche pagina web per un progetto, una classe, una sede staccata, un gruppo disciplinare, il giornalino di istituto.
Ma danno la possibilità a chi vuole (certo, lo so, c’è anche chi non vuole…) di iniziare ad essere protagonista attivo della tecnologia e della rete, partendo proprio da applicazioni di base.
Ma avevo già notato questa energia seguendo il lavoro delle bravissime insegnanti di un progetto Innovascuola, (“Amelis”), supervisionato da LTE, nel quale non è stato “acquistato” neanche un byte di materiali digitali. Le maestre e i maestri, spesso con i loro bambini, hanno prodotto i contenuti, ben cento “oggetti” aperti, che tra poche settimane saranno disponibili. Non so se qualcuno li riutilizzerà, ma non è così importante. Perché è uno di quei casi in cui è il viaggio che conta, non la meta. O forse altri colleghi li useranno come base, li modificheranno, li stravolgeranno. Sarebbe stupendo, perché (ri)usare non significa rivedere cento volte un’animazione già pronta, ma rimescolare, aggiungere, tagliare, ricreare, strizzando l’occhio a qualche buon vecchio maestro come Dewey e Freinet Sorrisoe seguendo la strada aperta dai grandi progetti OER internazionali e da altri, più piccoli ma non meno visionari e significativi, realizzati in ambito nazionale/europeo, come SLOOP.
E allora mi piace pensare che gli insegnanti, forse anche perché disillusi dalla sequela di  roboanti quanto poco incisive iniziative ministerial-commerciali in tema di innovazione (come dimenticare il digital marketplace e i voucher di DigiScuola?), abbiano oggi soprattutto voglia di lavorare “in proprio”, di essere soggetti attivi, autori iimagendipendenti di contenuti aperti, piuttosto che contrattisti di editori privati o acquirenti nel mercato multimediale.
La rete rende possibile tutto questo e mi chiedo sinceramente perché il denaro pubblico debba essere utilizzato per alimentare realtà private (grandi o piccole poco importa…) invece che essere impiegato per incentivare e supportare progetti di produzione di contenuti aperti all’interno del sistema scolastico stesso, ad esempio retribuendo direttamente (e in modo adeguato!) docenti disponibili alla redazione, alla verifica, alla revisione di contenuti aperti auto-prodotti. Tali progetti sono gli unici che possono realmente esplicitare e rimettere in circolo tutta la conoscenza che è ora spesso nascosta, oltre che privatizzata sotto forma di costosi libri di testo e oggi anche di materiali multimediali.
La rete, alla lunga,  implica apertura, è bene ricordarlo. E l’innovazione (quella vera) passa e passerà attraverso l’apertura, inutile opporsi. I cataloghi di learning object  chiusi e a pagamento, anche se di squisita fattura multimediale e sapiente progettazione didattica, non sono vera innovazione, almeno non più di quanto non lo siano state per l’evoluzione della mobilità umana le prime “carrozze a motore”, veicoli certamente legati molto più al passato che al futuro.

Ma c’è sempre lo snobismo anti-tecnologico

Via vari amici di Facebook leggo la lista (in questi giorni vanno di moda gli “elenchi”, eh.. Sorriso) delle competenze necessarie per un educatore, oggi (ma anche ieri e l’altro ieri..) secondo George Siemens.

Al primo posto troviamo la competenza tecnica. Con questa semplice ma potente motivazione:

An educator needs to know how to use the technology of an era – whether it’s a chalkboard, a personal chalk tablet (I had one of these in Mexico, quite a versatile learning tool), an overhead projector, a computer, a Smart board, an iPad, or any other technology.

seguita da altre considerazioni del tutto ovvie, come:

It’s tough to teach learners how to edit wikipedia without first understanding how to use a web browser.

Osservazioni banali? Non proprio.

Certo, può sembrare superfluo ricordare che anche un insegnante deve essere “figlio (tecnologico) del proprio tempo”. E in effetti la considerazione è da tempo assolutamente superflua praticamente per ogni altra categoria di lavoratore. Quale giovane aspirante segretaria si proporrebbe ad un potenziale datore di lavoro dicendo “ahh mi dispiace, ma io col computer proprio non vado d’accordo” o un più esplicito “computer? No no, non ci capisco niente!”? Quale impiegato rifiuterebbe in modo tenace l’uso della posta elettronica o di un software di amministrazione aziendale, sostenendo di “non avere la testa” per usare il computer?

Ma il nostro George la sa lunga. Evidentemente tutto il mondo è paese e anche oltreoceano forse c’è qualche problema di competenza tecnica tra gli insegnanti…

Ma si sa, il nostro (bel?) Paese è sempre più …paese degli altri!

Eh sì, perché i virgolettati di cui sopra NON sono una mia invenzione letteraria ma vere frasi sentite da queste orecchie non più di un paio di settimane fa, uscite dalla bocca di alcuni colleghi (unisex). I quali, beninteso, sostenevano con un certo orgoglio la loro pervicace ostilità (!) verso il povero computer.

Un vero e proprio snobismo alla rovescia, per cui quasi ci si vanta per una incapacità, si è (forse solo apparentemente, spero…) fieri di una mancata competenza.

Un lusso che molte categorie di lavoratori non si sono mai potuti permettere!

Altro che “tre mesi di ferie”! Il vero privilegio della casta docente è (anche) questo: poter serenamente vivere “fuori dal tempo”.

Credo sia ora di cambiare, ma …come?

 

Master “Metodi e Tecnologie per l’e-learning” 2010-2011

Un importante traguardo per il “nostro” (LTE) Master in e-learning: l’edizione 2010-2011 sarà la DECIMA!

In questo settore, se non è un record assoluto, è comunque sicuramente un risultato di grande rilievo.

Per quest’anno, sono previsti approfondimenti specifici su ambienti 3D, mobile learning, LIM ed e-book.

Tutte le info sul sito www.netform.unifi.it.

Comunicato online.

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Depliant 2010




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